La democrazia non vive solo di regole, elezioni e procedure. Tutto questo è importante, certo, ma non basta. La vera prova di forza di una società democratica è la mobilità sociale: la possibilità per chi nasce in condizioni svantaggiate di cambiare il proprio destino grazie al talento, all’impegno e all’istruzione.
Finché l’“ascensore sociale” funziona, la democrazia è viva. Anche con la corruzione, il clientelismo o i soliti giochi di potere, ciò che conta davvero è che un ragazzo di periferia possa diventare medico, avvocato o dirigente. Una società aperta, che dà a ciascuno una chance, riesce sempre a rigenerarsi.
Il problema arriva quando l’ascensore si blocca. La scuola, che dovrebbe essere lo strumento di emancipazione per eccellenza, rischia di ridursi a un’inclusione di facciata: proclama pari opportunità, ma spesso non riesce a spezzare le disuguaglianze. Don Milani, negli anni Sessanta, denunciava una scuola che “bocciava i poveri”. Oggi rischiamo qualcosa di peggiore: una scuola che non boccia più, ma neppure promuove davvero, lasciando ciascuno dov’è nato.
Il risultato è una società “a canne d’organo”: i figli dei professionisti restano professionisti, i figli degli operai restano operai. Proprio come nel passato, quando tutti potevano farsi chierici, ma solo i nobili arrivavano a diventare vescovi, cardinali o papi.
Ecco il punto: una democrazia senza mobilità sociale è una democrazia svuotata. Non è la corruzione il male più grande, ma la cristallizzazione delle disuguaglianze, che spegne i sogni delle nuove generazioni. Perché senza la possibilità di cambiare vita, la democrazia perde la sua sostanza e resta soltanto una facciata.
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