Sono quelli che hanno trasformato la sconfitta in una rendita. Non devono vincere, anzi: vincere sarebbe un problema. Governare significa decidere, firmare, assumersi responsabilità, fare i conti con bilanci, strade rotte, ospedali che non funzionano, tasse da aumentare o servizi da tagliare. Molto meglio stare all’opposizione, dove ogni problema diventa colpa degli altri e ogni fallimento è materiale perfetto per un comizio indignato.
L’oppositore permanente è una figura raffinata. Sa che non prenderà mai abbastanza voti per governare davvero, ma non è quello il punto. Il punto è mantenere il proprio recinto elettorale, coltivare una comunità di fedelissimi e alimentare il grande romanzo della resistenza continua. Ogni cinque anni perde, ma torna comunque in Parlamento, in consiglio regionale o comunale. E puntualmente si ricomincia: “Noi avevamo detto tutto”. Sì, ma intanto gli altri amministrano, sbagliano, cadono, mentre lui resta lì, immacolato come un santo medievale che però percepisce indennità, gettoni di presenza, rimborsi e vitalizi morali.
Sono gli avvocati delle cause perse della politica italiana. E come certi avvocati, anche quando perdono incassano la parcella.
La cosa straordinaria è che alcuni hanno trasformato il “no” in una professione. No a tutto. No alle riforme, no alle alleanze, no ai compromessi, no ai bilanci, no perfino alle soluzioni che loro stessi proponevano quando erano al 2%. Vivono di denuncia permanente. Più che partiti, sembrano compagnie teatrali itineranti specializzate nell’arte dell’indignazione.
Eppure il vero spettacolo comincia quando il vento cambia.
Perché esiste anche la categoria complementare: il rivoluzionario convertibile. Quello che fino a ieri urlava “mai con loro”, salvo poi entrare in maggioranza “per senso di responsabilità”. Una definizione elegante che in Italia spesso significa: assessorato, presidenza di commissione, incarico, sopravvivenza politica.
Succede nei piccoli comuni come nei palazzi romani. Il sindaco perde pezzi della maggioranza, i numeri traballano, il consiglio rischia di andare sotto. Ed ecco apparire il consigliere civico indipendente, il paladino della coerenza, che improvvisamente scopre “punti programmatici condivisi” con quelli che insultava fino al mese prima. Magia della politica. Un voto in cambio di una delega, una poltrona, un ruolo, qualche favore sul territorio. In certi comuni si assiste a scene degne del calciomercato: consiglieri che migrano da una parte all’altra con la naturalezza di chi cambia posto al bar.
A livello nazionale cambia solo il prezzo.
La storia italiana è piena di governi sopravvissuti grazie a parlamentari folgorati sulla via della convenienza. Deputati eletti contro un sistema che poi sostengono “per evitare il caos”. Senatori che passano dall’opposizione alla maggioranza nel nome della stabilità, concetto nobile che spesso coincide misteriosamente con la fine anticipata del rischio di tornare a lavorare davvero.
Il trasformismo non è nato oggi. Già nell’Ottocento, con Depretis, il Parlamento italiano viveva di maggioranze mobili, accordi sottobanco e oppositori addomesticati. Cambiano le epoche, ma il meccanismo resta identico: l’ideologia è rigida finché non arriva un’offerta conveniente.
E allora ecco il grande teatro della politica contemporanea. Da una parte gli oppositori eterni che campano denunciando il potere senza volerlo davvero esercitare. Dall’altra i professionisti del salto sul carro, pronti a vendersi come senatori mercenari del Rinascimento appena la maggioranza perde un pezzo.
In mezzo restano i cittadini, spettatori paganti di una commedia che conoscono ormai a memoria. Sentono parlare di ideali, battaglie, popolo, democrazia, rivoluzioni. Poi però osservano consiglieri comunali cambiare schieramento per una poltrona e parlamentari riscoprire il dialogo appena compare un sottosegretariato.
E capiscono che spesso la vera ideologia dominante non è la destra, la sinistra o il centro.
È la sopravvivenza.

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