Nel cuore discreto di Torino, in una via che non attira lo sguardo dei curiosi, ha sede uno dei centri di ricerca più singolari del panorama culturale italiano: il CESNUR, acronimo di Centro Studi sulle Nuove Religioni. È un luogo dove il sacro viene osservato con lo sguardo dello studioso, non del devoto, e dove le frontiere della fede vengono esplorate come fenomeni umani e sociali prima ancora che spirituali. Fondato nel 1988 dal sociologo Massimo Introvigne, il CESNUR nacque in un’epoca segnata dall’esplosione dei movimenti religiosi alternativi, quando la parola “setta” faceva notizia e i giornali si affollavano di titoli su comunità misteriose, rituali esoterici e nuovi profeti.
L’Italia di quegli anni, ancora radicata nel cattolicesimo tradizionale, scopriva improvvisamente che la spiritualità non era più una questione di chiese, ma di esperienze personali, di gruppi autonomi, di maestri carismatici che predicavano la libertà interiore, la reincarnazione o la fine del mondo. Mentre le istituzioni religiose e i media reagivano con allarme, il CESNUR scelse di guardare al fenomeno da un’altra prospettiva: non quella della condanna, ma dell’analisi. Capire, catalogare, interpretare, senza giudicare.
Fin dall’inizio il centro si pose come un osservatorio neutrale, distante tanto dal fervore dei movimenti che studiava quanto dall’ostilità dei loro detrattori. Il suo compito non era stabilire se un gruppo fosse “buono” o “cattivo”, ma capire come nascono le nuove fedi, quali bisogni spirituali soddisfano, quali linguaggi adottano e come si trasformano nel tempo. In questo approccio sociologico, che preferisce la descrizione alla condanna, molti videro un segno di apertura intellettuale, altri invece una forma di indulgenza verso organizzazioni controverse.
Le polemiche non mancarono. Alcune associazioni anti-sette accusarono il CESNUR di essere troppo morbido con gruppi come Scientology, i Testimoni di Geova o la Federazione di Damanhur, movimenti spesso accusati di esercitare forme di controllo psicologico sui propri membri. Introvigne replicò che la scienza sociale non può sostituirsi ai tribunali né alla coscienza individuale, e che lo scopo di un centro di ricerca è comprendere, non criminalizzare. A suo giudizio, la parola “setta” è un’etichetta ambigua, spesso usata per liquidare come pericoloso ciò che semplicemente non rientra nelle categorie tradizionali del credere.
Oggi il CESNUR rappresenta un archivio immenso della spiritualità contemporanea. Sul suo sito web, ricercatori e curiosi possono trovare centinaia di schede dedicate ai movimenti religiosi e alle nuove chiese sorte nel corso del Novecento: comunità orientali, gruppi apocalittici, confraternite esoteriche, culti neopagani, fino ai moderni movimenti digitali che spostano la fede dalla dimensione del tempio a quella dei social network. Leggendo quelle pagine si ha la sensazione di attraversare una mappa del sacro in continua mutazione, un caleidoscopio dove convivono la meditazione e la magia, l’occulto e la mistica, il razionale e l’irrazionale.
Per i ricercatori del centro, queste nuove forme di religiosità non sono un segno di decadenza ma di trasformazione. L’uomo contemporaneo, smarrito tra il relativismo e la tecnologia, continua a cercare un senso, e lo fa sperimentando vie spirituali non convenzionali. Il pluralismo religioso è dunque una conseguenza naturale della libertà moderna: un mondo in cui ciascuno costruisce il proprio percorso interiore, spesso mescolando dottrine diverse, simboli antichi e nuove sensibilità.
Uno dei meriti principali del CESNUR è aver difeso, anche in momenti difficili, il principio della libertà religiosa. Studiare una fede non significa condividerla, ma riconoscerne la legittimità come espressione del bisogno umano di significato. È un’idea semplice ma rivoluzionaria, soprattutto in un Paese dove l’appartenenza religiosa è spesso percepita come un marchio d’identità. In questo senso, il centro torinese è diventato un laboratorio di pluralismo e di tolleranza, un luogo dove il credere si analizza come fatto sociale, non come appartenenza dogmatica.
Chi entra nei suoi archivi non trova altari né simboli, ma libri, documenti, relazioni di convegni internazionali, studi comparativi. È una biblioteca del sacro contemporaneo, dove convivono Gesù e Krishna, Osho e Maria, Damanhur e le chiese evangeliche americane. Ed è proprio questa convivenza, ordinata ma inquieta, a raccontare meglio di ogni saggio la complessità del credere nel XXI secolo.
Nel tempo della paura del diverso, dell’odio ideologico e della disinformazione religiosa, il CESNUR svolge un compito che potremmo definire di igiene culturale: studiare il fanatismo senza essere fanatici, comprendere l’irrazionale senza rinunciarvi del tutto, e soprattutto restituire alla parola “fede” la sua dimensione umana. È un lavoro silenzioso e spesso incompreso, ma essenziale per chi crede che la conoscenza sia la forma più alta di rispetto.
Forse è questo, alla fine, il senso più profondo del suo esistere: osservare il sacro in trasformazione, con la curiosità del ricercatore e la discrezione di chi sa che dietro ogni credo, anche il più improbabile, si nasconde la stessa antica domanda che accompagna l’uomo da sempre — quella sul mistero del divino, e sul posto che ciascuno di noi occupa nel suo infinito disegno.

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