In Italia, la tentazione di fare l’idiota non è solo un atteggiamento, ma una vera e propria arte della sopravvivenza. Non parlo del significato volgare o dispregiativo che il termine ha oggi, ma di quello antico, greco: l’ἰδιώτης non era uno stupido o un incapace. Era colui che, per scelta, si ritraeva dalla vita pubblica, si dedicava solo ai propri affari e lasciava la polis al destino degli altri. Una scelta, spesso motivata dalla prudenza o dalla paura, ma anche da una semplice consapevolezza dei limiti della propria influenza. L’idiota greco aveva capito che la vita civica, con tutte le sue complessità, poteva essere pericolosa e ingiusta.
In Italia, quel concetto è stato declinato in modi singolari. Il familismo amorale, come lo definì Edward Banfield, ha insegnato generazioni a porre al centro la famiglia o il gruppo ristretto, relegando la legge e il bene comune in secondo piano. Cresciamo con il motto “Chi si fa i cacchi suoi, campa cento anni”, che non è solo un consiglio pratico, ma un manuale di sopravvivenza sociale. Limitarsi ai propri affari permette di evitare l’ingerenza altrui, i conflitti, le complicazioni burocratiche, le minacce e persino il rischio fisico in un Paese dove politica, affari e criminalità spesso si intrecciano in un nodo indissolubile.
Eppure, ogni tanto, qualcuno sceglie di sfidare questa inerzia, di non chiudere gli occhi, di non voltarsi dall’altra parte. Alberto Bertuzzi, imprenditore e attivista degli anni ’60, decise di denunciare l’inquinamento industriale e le collusioni tra politica e affari. La sua scelta lo rese un “cittadino scomodo”: querele, minacce e isolamento politico furono il prezzo del suo coraggio. Eppure Bertuzzi dimostrò che, a volte, non fare l’idiota greco è l’unico modo per non diventare complice silenzioso del degrado morale.
Il fenomeno non è solo storico. Pino Masciari, imprenditore calabrese, denunciò la ’ndrangheta, e pagò un prezzo altissimo: azienda distrutta, famiglia minacciata, vita sotto scorta. Federica Angeli, cronista di Ostia, vive sotto scorta dal 2013 per le sue inchieste sulla mafia romana. Pino Maniaci, giornalista siciliano, denunciò collusioni mafiose locali, affrontando accuse e minacce che solo anni dopo si rivelarono veritiere. E politici come Giuseppe Insalaco ed Elda Pucci, sindaci di Palermo, pagarono con la vita e la distruzione dei propri beni la scelta di dire no a interessi mafiosi e corrotti.
Queste storie mostrano un filo comune: chi decide di non “farsi i cacchi propri” entra in un mondo di rischi reali, ma anche di significato e dignità. È un percorso che trasforma il cittadino medio in eroe civile, anche quando nessuno lo chiama così. Eppure, osservando la vita quotidiana degli italiani, si nota che la maggior parte di noi pratica una forma di idiota moderno. Chi chiude un occhio davanti a una scorrettezza sul posto di lavoro, chi accetta favori o scorciatoie per non complicarsi la vita, chi ignora la corruzione nelle istituzioni: tutti noi, a modo nostro, ci comportiamo come ἰδιώται.
Il paradosso è evidente. Fare l’idiota può garantire sicurezza, tranquillità e una vita meno complicata. Ma chi decide di non farlo scopre presto che i problemi degli altri diventano inevitabilmente anche i propri. È un’invasione silenziosa, una contaminazione involontaria: un ingorgo morale e pratico in cui si trovano i cittadini coraggiosi. Ogni denuncia, ogni articolo, ogni gesto di coraggio si trasforma in responsabilità, spesso pesante come un macigno.
L’Italia, si sa, è un Paese di piccole complicità quotidiane. Il vicino che lascia l’auto in doppia fila senza conseguenze, il funzionario che chiude un occhio di fronte a una scorrettezza burocratica, l’amico che paga una mazzetta per velocizzare una pratica: tutto questo forma un tessuto sociale invisibile, che rende chi prova a intervenire un estraneo ostile. Eppure, proprio queste resistenze quotidiane, anche minime, mantengono viva la polis. Senza di esse, la città, il quartiere, il Paese intero diventerebbero solo un teatro di complicità e menzogne.
Non è solo una questione di coraggio individuale: è filosofia civile. Aristotele sosteneva che la vita buona coincide con la vita attiva nella comunità, e che ritirarsi significa rinunciare al senso stesso dell’esistenza morale. In Italia, la polis è spesso ostile, intreccio di familismo, interessi locali e politica corrotta. Tuttavia, è proprio qui che chi osa sfidare l’indifferenza diventa esempio tangibile di come la partecipazione possa modificare la realtà, anche a caro prezzo.
La contaminazione dei “cacchi altrui” non è opzionale: entra nella vita, sporca le mani, mette alla prova la pazienza, rischia di complicare i rapporti. La città abusiva, l’impresa truccata, la mafia che preme sull’amministrazione, l’ingiustizia sociale quotidiana: tutto invade chi decide di assumersi la responsabilità. Ma senza questa contaminazione, senza questo rischio, non esiste città, non esiste comunità, non esiste polis.
Nella vita quotidiana italiana, il cittadino civile si trova costantemente a bilanciare prudenza e coraggio, egoismo e responsabilità. Ogni scelta, ogni gesto, ogni piccola denuncia comporta un rischio personale. Eppure, Bertuzzi, Masciari, Angeli, Maniaci, Insalaco e Pucci ci mostrano che questa responsabilità è anche ciò che dà senso all’agire civico. Ogni piccolo gesto di coraggio, anche invisibile o misconosciuto, contribuisce lentamente a costruire un’Italia migliore.
Fare l’idiota può funzionare per sopravvivere. Ma chi vuole cambiare davvero il mondo deve accettare che i “cacchi altrui” non solo entrano nella vita, ma diventano parte della propria responsabilità. È un peso, un rischio, un ingombro morale. Eppure, senza accettare questo rischio, non c’è dignità civica, non c’è partecipazione, non c’è Italia degna di essere vissuta. Perché la polis, la comunità, la società, non sono fatte per chi sceglie di starsene ai margini. Sono fatte per chi, nonostante tutto, decide di intervenire, di occuparsi, di rischiare.
Ecco perché, in un Paese come il nostro, fare l’idiota può proteggerti, ma non cambierà mai nulla. Il vero cambiamento, quello che lascia un segno, richiede di sporcarsi le mani, di contaminarsi con i problemi degli altri, di accettare che la responsabilità è un fardello pesante e inevitabile. Solo così la polis diventa viva, e l’Italia diventa un luogo dove il coraggio civico, anche piccolo e quotidiano, può fiorire.

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