(153) Memoria prigioniera: perché il 27 gennaio non basta più

Ogni anno, puntuale, il 27 gennaio ritorna con il suo carico di celebrazioni, cerimonie, discorsi ufficiali e programmi televisivi. È il Giorno della Memoria, istituito per ricordare la Shoah e le vittime delle persecuzioni nazifasciste. Nessuno può negare l’importanza di conservare il ricordo di quella tragedia: lo sterminio nazista ha segnato la storia dell’umanità e ha lasciato cicatrici che ancora oggi parlano con forza. Eppure, a distanza di ottantuno anni, il modo in cui questa ricorrenza viene gestita rischia di trasformarla da atto di commemorazione a rituale ideologico.


La memoria, se vuole restare viva, deve essere un ponte tra passato e presente. Deve educare a riconoscere i segni dell’ingiustizia e a prevenire nuove tragedie. Ma quando la memoria diventa esclusiva, quando si concentra su un’unica vicenda storica e la trasforma in un paradigma intoccabile, rischia di diventare sterile. La Shoah, nella sua unicità, non può diventare un monopolio. Il dolore non conosce gerarchie, le vittime non possono essere divise in serie A e serie B. Eppure la ritualità istituzionale del 27 gennaio, così come oggi viene celebrata, dà spesso questa impressione: uno spazio sacralizzato, che non dialoga con le altre memorie del Novecento e tantomeno con le tragedie che si consumano oggi.

La contraddizione diventa lampante quando si guarda al presente. Mentre l’Europa dedica un giorno intero a ricordare Auschwitz, in Medio Oriente migliaia di palestinesi vivono sotto assedio, in condizioni che gran parte della comunità internazionale riconosce come una grave violazione dei diritti umani. Gaza e Cisgiordania non compaiono nelle cerimonie, non fanno parte del discorso ufficiale, quasi non esistessero. Così il Giorno della Memoria rischia di diventare uno strumento di rimozione più che di consapevolezza: ricordiamo il passato per non vedere il presente.

Ma non si tratta solo di omissione. Negli anni il Giorno della Memoria si è caricato di un valore politico implicito: non solo il ricordo della Shoah, ma la costruzione di un senso di colpa europeo che, in maniera più o meno esplicita, prepara le opinioni pubbliche a giustificare scelte geopolitiche future. L’idea che l’Europa debba “ripagare” il suo debito verso la storia rischia di tradursi, un domani, in un sostegno automatico e incondizionato a Israele, anche nel caso di un conflitto su larga scala. È questo l’aspetto più inquietante: una memoria trasformata in strumento di pressione politica, che non emancipa ma vincola.

La storia ci insegna che non sono i popoli a dover pagare, ma i governi e i leader che li guidano. Napoleone e Hitler hanno trascinato le loro nazioni in guerre disastrose, e le responsabilità ricadevano su di loro, non su chi veniva governato. Allo stesso modo, se oggi un governo israeliano sceglie la strada dell’escalation, non può pretendere che alleati lontani si immolino per le sue decisioni. La memoria non può essere usata come leva per chiedere sangue e sacrifici altrui.

C’è chi obietterà che abolire o trasformare il Giorno della Memoria equivale a negare la Shoah. È un’accusa pretestuosa. Nessuno vuole dimenticare Auschwitz. Ma ricordare Auschwitz non significa accettare che la sua memoria sia collocata su un piedistallo eterno, immune da confronto e da revisione critica. Ricordare Auschwitz significa anche non ripetere l’errore di distinguere le vittime in degne di memoria e indegne di memoria. E oggi, a Gaza e in tanti altri luoghi del mondo, le vittime chiedono di essere ascoltate.

Per questo è tempo di ripensare radicalmente il 27 gennaio. Non abolirlo nel senso di cancellare la Shoah dalla coscienza collettiva, ma abolirne l’uso esclusivo e ideologico. Trasformarlo in una Giornata delle Memorie, che includa tutti i genocidi e tutte le persecuzioni, e che soprattutto sappia guardare al presente. Solo così la memoria potrà tornare a essere ciò che dovrebbe: uno strumento universale di giustizia e di prevenzione, non un’arma retorica nelle mani della politica.

Finché non sapremo liberarci da questa prigione del ricordo selettivo, la memoria rimarrà una formula vuota, un rito senza sostanza. E allora sì che avremo tradito davvero le vittime del passato.

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