(168) Salò: il potere che diventa merda

Quando Pier Paolo Pasolini girò Salò o le 120 giornate di Sodoma nel 1975, non stava semplicemente realizzando un film scioccante. Stava componendo una denuncia spietata del potere in tutte le sue forme. La crudeltà estrema, la violenza sessuale e la degradazione fisica presenti sullo schermo non sono gratuite: sono strumenti di analisi politica e morale. Pasolini prende le pagine di de Sade, trasportandole dalla Francia del XVIII secolo alla Repubblica di Salò, trasformando i libertini aristocratici in gerarchi fascisti e creando un’allegoria universale del potere totale.

I quattro duchi, interpretati da Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Aldo Valletti e Umberto Paolo Quintavalle, non sono personaggi con nomi propri, ma archetipi di autorità assoluta. Il Duca rappresenta il potere politico, la sua capacità di controllare e terrorizzare le persone. Il Presidente incarna il potere economico, la capacità di trasformare la vita umana in merce e privilegio. Il Vescovo simboleggia il potere religioso, la maniera in cui la fede può essere strumentalizzata per giustificare crudeltà e ipocrisia. Il Magistrato, infine, rappresenta il potere giuridico, quello che dovrebbe proteggere ma che diventa strumento di oppressione. Insieme, questi quattro uomini delineano il meccanismo perfetto della dominazione: nessuna sfera della vita umana sfugge alla corruzione, nessuna legge morale o sociale è rispettata.

Accanto a loro, le vecchie megere svolgono un ruolo altrettanto simbolico. Non sono vittime, ma custodi e propagatrici della violenza. Educano le giovani vittime alla sottomissione, all’umiliazione e alla complicità, dimostrando che la crudeltà non è solo maschile né casuale, ma strutturale, trasversale e culturale. Sono il filo che tiene insieme il sistema di oppressione, mostrando come la corruzione morale si tramandi di generazione in generazione.

Pasolini organizza l’orrore in quattro gironi, ciascuno più estremo dell’altro, seguendo la logica del romanzo sadiano ma adattandola a un contesto storico concreto. Il primo girone è fatto di coercizione fisica e umiliazione, la violenza politica che piega l’individuo attraverso il terrore. Nel secondo, la crudeltà diventa sessuale, il corpo è strumento di dominio e la violenza privata diventa politica. Il terzo girone si concentra sulla degradazione psicologica e morale, con le megere che istruiscono le vittime alla sottomissione e alla complicità. Ma è nel quarto girone, quello della merda, che Pasolini mostra il potere nella sua forma più viscida e totale: la dignità e l’umanità vengono completamente annientate, le persone sono ridotte a oggetti di piacere e disprezzo, immerse letteralmente nel degrado. Questo girone, estremo e scandaloso, non è uno shock gratuito, ma una metafora della disumanizzazione totale a cui conduce ogni sistema autoritario quando agisce senza limiti.

Il Potere ha i piedi di argilla 

Salò è, in ultima analisi, una testimonianza del potere che diventa crudele e depravato, un’opera in cui Pasolini mette a nudo la violenza intrinseca della politica, dell’economia, della religione e della giustizia. È un film che scuote lo spettatore non per il piacere del macabro, ma per costringerlo a guardare in faccia ciò che accade quando il potere assoluto trasforma le persone in merda, non solo metaforicamente, ma anche moralmente e socialmente. È questa la ragione per cui il potere, ai tempi come oggi, non avrebbe potuto tollerare un’opera così: perché mostra ciò che il potere stesso cerca di nascondere, mascherare e giustificare.

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