Nella modernità avanzata, il concetto di normalità si trova in una condizione ambigua: da un lato è celebrato il diritto di ognuno a essere “diverso”, dall’altro la società continua ad aver bisogno di un qualche criterio di misura, di ordine, di stabilità. È questo il cuore del paradosso della società dell’inclusione: o tutto è normale, e quindi il concetto di normalità perde senso, oppure qualcosa resta fuori, e dunque l’inclusione si rivela solo parziale.
Il messaggio in bottiglia di un Cercatore per chi cerca di capire se stesso prima ancora che il mondo, per non vivere e morire come coloro che dormono dal giorno della loro nascita a quello della loro morte, nella speranza che faccia compagnia a chi legge e lo aiuti a farsi le domande giuste, soprattutto quelle scomode.
(133) Il paradosso della normalità nella società dell’inclusione
Pensatori come Foucault e Canguilhem avevano già mostrato che la “normalità” non è un dato naturale, ma una costruzione del potere.
Per Foucault, ogni società produce il proprio concetto di devianza per esercitare controllo sui corpi e sui comportamenti: il manicomio, la prigione, la scuola o l’ospedale sono dispositivi che delimitano il campo del “normale”.
Canguilhem, dal canto suo, sottolineava che il “normale” non è la media statistica, ma ciò che una società considera vitale, funzionale al proprio equilibrio.
In questo senso, anche l’inclusione diventa una forma di biopolitica: un modo per regolare la vita attraverso la tolleranza selettiva, dove la “diversità” accettata è quella compatibile con l’ordine sociale.
Dal punto di vista sociologico, la normalità serve come strumento di coesione.
Ogni società, per mantenere se stessa, deve poter distinguere tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Quando l’ideale dell’inclusione abolisce la frontiera tra norma e deviazione, si rischia di smarrire la capacità di riconoscere il disordine.
La statistica — che nasce per descrivere il comportamento medio — diventa allora un’astrazione: non misura più la realtà, ma un concetto ideologico di “uguaglianza assoluta”.
Eppure, anche nella società più aperta, rimane necessario un criterio di regolazione: che sia morale, giuridico o culturale, serve a dire chi appartiene e chi no.
Così, mentre predica la fine di ogni esclusione, la società dell’inclusione finisce per creare nuove forme di marginalità, più sottili e silenziose.
Sul piano politico e culturale, l’inclusione rischia di trasformarsi in una ideologia totalizzante: un imperativo morale che non ammette eccezioni.
Chi non aderisce al linguaggio inclusivo, chi non condivide la nuova norma etica, viene etichettato come “intollerante”.
Paradossalmente, la società dell’inclusione finisce per escludere i non inclusivi: crea un nuovo confine, non più basato su razza o classe, ma su adesione simbolica e linguistica.
È una forma di moralismo contemporaneo, dove la tolleranza diventa un dovere politico e l’identità personale un terreno di continua negoziazione.
In questa logica, il “diverso” non è più un soggetto reale, ma un simbolo che serve alla società per confermare la propria immagine di apertura.
Il sogno di un mondo senza confini morali o sociali si infrange contro la necessità stessa di definire limiti.
La normalità, per quanto relativa e mutevole, resta indispensabile per orientare la vita collettiva.
Il vero compito dell’inclusione, forse, non è negare la differenza tra norma e deviazione, ma riconoscere che ogni società deve negoziare continuamente i propri confini, senza illudersi di poterli cancellare.
Solo così l’inclusione può tornare ad essere un principio etico, e non una nuova forma di esclusione travestita da virtù.
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