Si dice spesso che l’Italia non è un Paese difficile da governare, ma inutile da governare, non si tratta esattamente solo di una boutade. Si condensano in una frase secoli di storia e di costume politico. La penisola italiana, dall’età romana fino ai nostri giorni, ha sempre oscillato tra due estremi: da un lato l’ingovernabilità cronica, fatta di particolarismi, compromessi e adattamenti, dall’altro la capacità di improvvisi slanci collettivi, rivoluzioni e riscatti che hanno cambiato il corso degli eventi.
L’epoca romana rappresenta forse l’eccezione che conferma la regola. Per secoli gli abitanti della penisola seppero incarnare la disciplina militare e politica più efficiente del mondo antico, costruendo un impero destinato a dominare il Mediterraneo. Ma con la caduta di Roma, la storia tornò alla sua antica inclinazione: l’Italia divenne terra di divisioni, di comuni in lotta tra loro, di dominazioni straniere che approfittavano di una frammentazione congenita. Machiavelli, nel Principe, scriveva che la nostra penisola era “senza capo, senza ordine, battuta, lacera, invasa”: parole che sembrano scolpite nella memoria del Paese. Eppure, lo stesso Machiavelli invocava un “redentore” capace di unificare gli italiani, segno che anche in quel caos si intravedeva la possibilità di una riscossa.
Nel Rinascimento, mentre Firenze e Venezia brillavano di arte e commercio, la politica restava schiacciata dalle invasioni straniere. Il popolo sapeva ribellarsi, come nella rivolta di Masaniello a Napoli nel 1647, ma erano esplosioni brevi, incapaci di trasformarsi in rivoluzione strutturata. Non c’era ancora, per usare le parole di Vincenzo Cuoco nel suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, una coscienza nazionale pronta a sostenere un progetto comune.
Il Risorgimento mutò le carte. Qui, per la prima volta dopo secoli, gli italiani seppero davvero “prendere la Bastiglia”: dai moti carbonari alle insurrezioni del 1848, dalle battaglie garibaldine fino alla presa di Roma, l’Italia mostrò di poter trasformare la protesta in rivoluzione e la rivoluzione in Stato. Cuoco avrebbe sorriso: quella coscienza nazionale, seppur faticosa e incompleta, si stava finalmente formando.
Nel Novecento la tensione tra apatia e eroismo si ripeté. Da un lato, il trasformismo politico e l’instabilità parlamentare sembravano confermare l’idea di un Paese che si arrangia senza bisogno di governo. Dall’altro, momenti come il Biennio Rosso o, soprattutto, la Resistenza dimostrarono una capacità straordinaria di mobilitazione collettiva. Gramsci, analizzando proprio queste dinamiche, parlava di “rivoluzione passiva”: un popolo che spesso subisce, ma che nei momenti cruciali può diventare protagonista attivo della storia.
Nell’Italia repubblicana, la cronica caduta dei governi, i compromessi infiniti, la burocrazia elefantiaca sembrano dare ragione ad Andreotti: governare appare un esercizio sterile. Eppure, ogni volta che il sistema è collassato sotto il peso delle proprie contraddizioni, il Paese ha trovato la forza di reagire. Così è stato con Mani Pulite, che spazzò via l’intera Prima Repubblica, o con i grandi movimenti sociali del ’68 e degli anni Settanta.
Forse, allora, la verità sta proprio nell’ambivalenza. Nella normalità, l’Italia preferisce “tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia”, secondo un altro celebre aforisma andreottiano. Ma nelle crisi estreme, quando la misura è colma, sa dimostrarsi un Paese capace di eroismi collettivi, di rivoluzioni che cambiano la storia.
Ed è qui che sta il mistero della nostra identità nazionale. Siamo la terra delle mille astuzie quotidiane, dell’arte di arrangiarsi e del compromesso eterno; ma siamo anche la terra che ha saputo partorire il Rinascimento, sconfiggere imperi, scacciare dittature, costruire unità dal nulla. Forse il destino dell’Italia è proprio questo: sembrare immobile, quasi inutile da governare, finché non arriva l’ora della prova. Allora, come un popolo che risorge dalle proprie rovine, gli italiani sanno sorprendere se stessi e il mondo.
Perché in fondo l’Italia, più che ingovernabile, è insondabile: un Paese che si addormenta nel fatalismo e si risveglia nell’eroismo. Un Paese che campa alla giornata, ma che, quando serve, sa davvero prendere la sua Bastiglia.

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