L’opinione pubblica non si misura: si fabbrica

C’è un equivoco che da anni domina la politica italiana: credere che i sondaggi siano la bussola per orientarsi. Ogni settimana compaiono grafici e numeri, i leader commentano entusiasti o preoccupati per un punto in più o in meno, i talk show costruiscono dibattiti sulla base delle percentuali. Ma i sondaggi, per loro natura, non creano nulla: si limitano a fotografare ciò che già esiste. Sono un termometro, non una medicina. E chi si illude di governare inseguendo le rilevazioni demoscopiche finisce inevitabilmente per restare schiavo dell’umore del momento, incapace di indicare una direzione.



Edward Bernays, il padre delle pubbliche relazioni, lo aveva capito quasi un secolo fa. Nel suo celebre Propaganda spiegava che l’opinione pubblica non nasce dal basso in maniera spontanea, ma è costruita, modellata, orientata. Non perché la gente sia manipolabile in senso passivo, ma perché in una società complessa nessuno ha tempo e strumenti per farsi un’idea autonoma su tutto. E allora entrano in gioco le “guide invisibili”: comunicatori, giornalisti, pubblicitari, politici capaci di associare simboli, emozioni e narrazioni a un messaggio. Il politico che si limita a inseguire i sondaggi fotografa l’esistente. Lo statista, invece, lavora per creare il pensiero di domani.

La Finestra di Overton, che descrive il percorso di accettazione sociale delle idee, ci aiuta a capire il meccanismo. Ciò che oggi sembra impensabile, col tempo può diventare discutibile, poi accettabile, infine normale e inevitabile. Non è un processo automatico: qualcuno deve spostare la finestra, qualcuno deve preparare il terreno, rendere dicibile ciò che era tabù e desiderabile ciò che era marginale.


La storia è piena di esempi. Negli anni Venti Bernays rese “normale” il gesto di una donna che fuma in pubblico, trasformandolo in simbolo di emancipazione. Non chiese prima alle donne se fossero pronte: le rese pronte. Negli Stati Uniti i diritti civili passarono dallo status di idea radicale a conquista irrinunciabile grazie a immagini potenti come il discorso di Martin Luther King o la marcia su Washington. Lo stesso è accaduto con l’ambientalismo, passato da argomento di pochi militanti a tema centrale delle agende globali.

Anche in Italia gli esempi non mancano. Craxi negli anni Ottanta impose la modernizzazione socialista sfidando la tradizione, non seguendo i sondaggi. Berlusconi, con la sua rivoluzione televisiva, inventò un linguaggio nuovo che trasformò la politica in spettacolo e il consenso in prodotto mediatico. Più di recente Renzi, con la “rottamazione”, riuscì a rendere accettabile un’idea che fino a poco tempo prima sembrava sacrilega: mettere in discussione i padri fondatori del suo stesso partito. Tutti casi in cui la comunicazione ha preceduto i numeri, non il contrario.

Ecco perché inseguire i sondaggi è roba da dilettanti. I sondaggi sono utili per capire l’umore del momento, ma non possono sostituire la visione. Servono agli amministratori del consenso, non ai leader. Chi si limita a consultare i numeri finirà per adattarsi continuamente, senza mai guidare. Chi invece ha il coraggio di spostare la finestra di Overton, di usare la comunicazione come leva strategica e non come specchio, può davvero cambiare la società.

In fondo la differenza è tutta qui: i dilettanti inseguono i sondaggi. I leader li fabbricano.

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