Ogni volta che si pronuncia l’espressione “Grande Israele” l’immaginazione corre subito a mappe antiche, confini che si estendono dal Nilo all’Eufrate e un popolo che si riappropria della sua terra promessa. È un’immagine che affonda le radici nella Bibbia, là dove i patriarchi ricevono la promessa divina di una terra vasta e fertile. Per alcuni rabbini del passato, come anche per correnti messianiche contemporanee, quel sogno non è mai stato solo allegoria, ma una geografia concreta destinata a compiersi.
Eppure la storia reale è andata diversamente. Nel 1897, al primo congresso sionista di Basilea, Theodor Herzl parlava di un focolare nazionale, non di imperi biblici. Nei suoi diari, annotava con lucidità che il progetto sarebbe stato lungo almeno cinquant’anni, ma non menzionava mai i confini del “Grande Israele”. Era un pragmatico, più preoccupato di ottenere un riconoscimento internazionale che di rincorrere mappe profetiche.
Con la nascita di Israele nel 1948 e soprattutto dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’idea prese nuova vita. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e del Sinai fu interpretata da alcuni come un segno divino: finalmente la promessa si stava compiendo. Un colono di Gush Etzion, intervistato negli anni Settanta, dichiarò con entusiasmo che “Dio ci ha restituito la terra con i carri armati, e non possiamo rinnegarla”. Per lui non era solo politica, ma un mandato sacro.
Non tutti però la pensavano così. Yitzhak Rabin, eroe militare e poi premier, ammoniva che non si poteva governare milioni di palestinesi senza cadere in una spirale di conflitto permanente. In un discorso alla Knesset del 1995, poco prima di essere assassinato, disse che “Israele deve rimanere ebraico e democratico. Un Israele troppo grande rischia di non essere più né l’uno né l’altro”.
Nel mondo arabo, al contrario, l’idea del Grande Israele veniva agitata come spauracchio. Nei manifesti di propaganda di Nasser, negli anni Sessanta, comparivano mappe con un Israele che si allargava fino a Baghdad e al Cairo. Era un modo per cementare l’unità araba contro un nemico percepito come minaccia esistenziale. Ma, paradossalmente, quelle stesse immagini contribuivano a rafforzare la paura israeliana di essere accerchiati e spinti verso il mare.
Oggi, parlare di Grande Israele significa soprattutto evocare un mito. I governi israeliani, anche i più nazionalisti, si muovono con un pragmatismo che tiene conto della pressione internazionale, dei rapporti con gli Stati Uniti e delle conseguenze demografiche. Annettere tutta la Cisgiordania è già un dilemma gigantesco, figuriamoci varcare i confini di stati sovrani come Egitto o Siria. Tuttavia, nelle colonie, nelle scuole religiose e nei discorsi di alcuni leader spirituali, quella visione continua a circolare. È più una bussola ideologica che un progetto di governo.
Il mito del Grande Israele resta così sospeso tra fede e politica, tra cartine bibliche e confini armati, tra la nostalgia di un’origine sacra e la durezza delle trattative diplomatiche. È un mito che sopravvive perché parla al cuore di identità collettive, e che al tempo stesso viene agitato dai nemici per accusare Israele di mire espansionistiche. Nel mezzo c’è la realtà, fatta di check-point, negoziati interrotti, alleanze precarie e popolazioni che cercano una vita normale dentro un mosaico geopolitico che non smette mai di infiammarsi.


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