Ci sono luoghi che diventano simboli, più per esigenze di propaganda che per reali trasformazioni. Caivano, in questi mesi, è stato eletto a teatro della riscossa dello Stato, vetrina del “risanamento”, palcoscenico dove ministri e telecamere hanno potuto raccontare una rinascita in atto. Eppure, basta allontanarsi di poche strade dai set istituzionali per capire che nulla è davvero cambiato. Quello che un tempo si consumava alla luce del sole, oggi semplicemente si fa più nascosto, più silenzioso, ma non meno radicato. La criminalità continua a dettare le regole, l’illegalità rimane una trama invisibile che attraversa la vita quotidiana delle periferie, e il degrado non è stato scalfito da passerelle e proclami.
Fa sorridere, o forse piangere, la retorica delle “manifestazioni per la legalità”: cortei di bambini delle elementari con striscioni preparati dalle maestre, fotografati e mandati in pasto ai social come prova di un futuro redento. È un’idea di educazione civile che si trasforma in liturgia: lo Stato che mette in scena se stesso, mentre chi abita davvero quei quartieri sa che legalità e giustizia sono concetti astratti, quasi ironici, nel contesto in cui vive. Tanto che a volte qualcuno, con sarcasmo amaro, si infiltra tra gli striscioni e finge di manifestare contro se stesso, perché la finzione è più sopportabile della retorica.
Lo stesso vale per la questione ambientale. Parlare di “terra dei fuochi” è diventato esercizio retorico, quasi un mantra che svuota il significato della tragedia. Ma i roghi tossici non si sono mai spenti davvero. Le discariche illegali sono disseminate in ogni regione, spesso mimetizzate, altre volte ostentate, e non riguardano solo la Campania: dal Nord al Sud la geografia dei veleni è diffusa, normalizzata, quasi accettata. Sui fondali marini giacciono intere navi affondate cariche di scorie, un cimitero silenzioso che nessuno vuole nominare perché troppo ingombrante. Questo è lo Stato dei fuochi, non un’emergenza isolata ma un sistema radicato che nessuna retorica politica osa affrontare alla radice.
La verità è che in Italia convivono due dimensioni parallele. Da una parte quella delle cerimonie laiche, delle conferenze stampa, delle parate della legalità: la dimensione simbolica, rassicurante, che serve a dire che il problema è stato riconosciuto e che qualcosa si sta facendo. Dall’altra c’è la realtà, fatta di criminalità che non arretra, di quartieri lasciati soli, di rifiuti seppelliti ovunque, di degrado che non conosce tregua. In questo scarto tra rappresentazione e vita reale, nasce l’amarezza di chi non si sente più parte di un patto sociale credibile.
In un Paese così, non sorprende che tanti guardino all’estero con invidia, non per il mito di un benessere assoluto, ma per la percezione che altrove lo Stato esista davvero, che la legalità non sia solo un sipario, che la giustizia non sia una recita per i giornalisti. L’Italia, invece, sembra vivere di rimozioni e messe in scena, come se bastasse cambiare la scenografia per risolvere il dramma. Ma i fuochi, quelli veri, continuano a bruciare.

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