Beppe Grillo è stato, prima di ogni altra cosa, un comico capace di cogliere la verità dietro la maschera del potere. I suoi monologhi pungenti, le denunce feroci e la satira corrosiva hanno fatto ridere e riflettere generazioni di spettatori. Ma quando dal palco è sceso nell’agone politico, trasformando il sarcasmo in movimento di piazza, qualcosa si è incrinato. L’antipolitica che ha incarnato non è stata la promessa di una democrazia più autentica, ma la sua corrosione, l’avvio di una lenta delegittimazione delle istituzioni che, invece di rafforzare la partecipazione, ha finito per aprire la strada a nuove forme di controllo dall’alto.
| Beppe Grillo |
Il meccanismo non è nuovo nella storia italiana. Già il programma della loggia P2, nel suo Piano di Rinascita Democratica, auspicava di ridimensionare i partiti e i corpi intermedi, con l’idea che la semplificazione avrebbe garantito efficienza. Ma dietro quell’apparente modernizzazione si nascondeva il rischio di concentrare il potere in poche mani. In questo senso, il messaggio grillino – l’abolizione delle vecchie formazioni politiche, la retorica dell’“uno vale uno”, la sostituzione del dibattito con la piattaforma digitale – ha riproposto sotto una veste nuova le stesse pulsioni, traghettando la sfiducia collettiva verso un orizzonte che più che democratico appare autocentrato.
Un ruolo ambiguo ha giocato la figura di Grillo stesso. A causa di un grave precedente penale, non ha mai potuto ricoprire incarichi diretti nel movimento da lui fondato. Questa condizione lo ha trasformato in ciò che a Napoli si definisce l’“ommo afora”: colui che decide e orienta, ma non compare. Non politico, ma nemmeno semplice cittadino; guida invisibile e al tempo stesso onnipresente. La sua scelta di rimanere fuori dalle cariche ufficiali gli ha garantito libertà e immunità: ha potuto dettare la linea, arbitrare le dispute interne, esercitare un carisma quasi sacerdotale, senza mai assumersi la responsabilità piena della gestione.
L’illusione dell’antipolitica ha funzionato finché ha potuto cavalcare la rabbia popolare e incanalarla in slogan semplici, ma, come sempre accade, la disillusione è arrivata quando il movimento è entrato davvero nelle stanze del potere. Lì, dove contano la competenza e la mediazione, il mito dell’uomo qualunque si è scontrato con la realtà. E Grillo, il regista che stava dietro le quinte, ha mostrato il limite di una costruzione fondata più sull’invettiva che sul progetto.
La storia recente dell’Italia dimostra che l’antipolitica non è un vaccino contro le storture del sistema, ma un veleno che ne indebolisce le difese. Beppe Grillo ha saputo dare voce a un malessere reale, ma lo ha fatto erodendo la fiducia collettiva, non rafforzandola. E nel solco di questa parabola resta la sensazione amara di un’occasione mancata: la promessa di un cambiamento che, invece di aprire nuove strade alla democrazia, ha contribuito a renderla più fragile.
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