L’aborto è un argomento che fa tremare i polsi. Un politico potrebbe scegliere di evadere la domanda, come spesso fanno i furbi: parlare d’altro per non scontentare né chi lo vede come un diritto della donna sul proprio corpo, né chi lo considera un omicidio. Io no.
La legge dice che si diventa soggetti di diritto solo al momento della nascita. La morale cattolica, invece, vede la vita come sacra fin dal concepimento. È in questo spazio che si inserisce il dibattito, ed è qui che tutti vorrebbero sapere: sono abortista o antiabortista?
Rispondo con la mia storia. Mia madre non poteva avere figli. Per nove anni di matrimonio le aveva provate tutte, finché non incontrò un luminare della ginecologia, il primo in Italia a fare l’ecografia e, poco dopo, a far nascere il primo bambino concepito in provetta. A quell’epoca mio padre era disoccupato: fu mia nonna materna a sacrificarsi per pagare le sue parcelle. Grazie a loro e a quel medico, io sono nato. Sono figlio di una donna che i figli non li poteva avere e di una nonna che fece di tutto perché sua figlia diventasse madre.
La mia vita nasce da quella lotta. E anche mia moglie ha avuto lo stesso miracolo: contro ogni previsione medica, è diventata madre delle mie figlie. Se fossi favorevole all’aborto come scelta facile, tradirei mia madre, mia moglie e le mie figlie. Tradirei la mia storia.
Non posso che provare orrore di fronte alla soppressione di un bambino mai nato. Ma nello stesso tempo so che il mondo è imperfetto, e non possiamo punire una donna che decide di non essere madre. Ci sono le vittime di violenza, le ragazze troppo giovani, le donne che già portano pesi insostenibili. Come si fa a negare loro la possibilità dell’aborto?
Ecco perché la mia posizione è scomoda: da un lato credo che la vita abbia un valore che va rispettato; dall’altro non posso negare che la libertà e il dolore delle donne meritino rispetto. Una cosa è la morale, un’altra è la legge. La politica deve agire prima, sulla prevenzione, sull’educazione, sui contraccettivi, sul sostegno concreto.
L’ignoranza e l’assenza di prevenzione generano mostruosità, come in quel convento di suore, dove in un pozzo murato furono trovati decine di scheletri di feti e bambini appena nati. Lì non c’era né libertà né scelta, ma solo dolore nascosto e cancellato. È quello che accade ogni volta che non affrontiamo il problema alla radice.
Un embrione che non nascerà è un dolore. Ma lo è anche una maternità imposta con la forza. Per questo dico che l’aborto non è un diritto da celebrare, né un crimine da condannare: è sempre una ferita. E la politica deve avere il coraggio di guardarla in faccia.
Nessun commento:
Posta un commento