Il cimitero lo conoscevo a memoria.
I viali stretti, le cappelle di famiglia coi nomi scoloriti, le fotografie ovali consumate dalla pioggia, gli odori misti di fiori appassiti e cera sciolta. Ci andavo per il mio genitore, come fanno tutti: un saluto, una preghiera veloce, il gesto automatico di sistemare un vaso o togliere una foglia secca.
Ma col tempo avevo preso l’abitudine di allontanarmi.
Dopo aver fatto visita ai miei morti, iniziavo a girare senza meta tra gli altri settori del camposanto. Passavo da una zona all’altra osservando nomi sconosciuti, date lontane, facce dimenticate da tutti. C’erano tombe ricche e monumentali, cappelle chiuse da cancelli lucidi, statue di marmo con gli angeli anneriti dalla pioggia. E poi c’erano le tombe semplici, quasi invisibili, quelle dove nessuno sembrava fermarsi più.
Fu così che trovai lui.
La sua tomba era consumata dal tempo. La pietra mangiata dall’umidità, le lettere quasi cancellate. Nella fioriera c’erano sempre dei fiori bianchi, mai appariscenti, e sopra la lapide la fotografia di un vecchietto vispo, con una barba bianca folta e gli occhi vivi. Un fraticello.
Era sepolto in una fossa comune del cimitero, affianco agli altri, senza alcun privilegio. Nessuna grande cappella, nessuna statua, nessuna corona dorata. Solo quella faccia serena da uomo antico.
Quando lo vidi ebbi una strana sensazione.
Mi ricordava qualcuno.
All’improvviso riaffiorò un’immagine che credevo perduta: un altro cimitero, quello dove erano sepolti i miei nonni. Io bambino, stretto nella giacca pesante dei primi di novembre, mentre la folla entrava e usciva portando crisantemi e lumini. E fuori dal cancello, seduto vicino al muro, c’era sempre un vecchio fraticello.
Aveva il volto scavato, le mani nodose e un saio consumato. Chiedeva l’elemosina con discrezione, senza quasi parlare. Ma ai bambini regalava piccole bustine di carta bianca dentro cui metteva quei confettini colorati che si usano sugli struffoli: i “diavolilli”.
Ricordo ancora il rumore leggero dei confettini nella bustina piegata.
Per noi bambini era una magia minuscola.
Quel fraticello aveva qualcosa che oggi mi fa pensare a Frate Indovino: la stessa barba bianca, lo stesso sorriso mite, la stessa aria da uomo semplice appartenente a un tempo che sembra sparito.
Davanti a quella tomba pensai subito a lui.
Ma non era lui.
Un altro vecchietto. Un altro fraticello. Eppure, nella mia memoria, le due figure finirono per sovrapporsi fino quasi a diventare una sola. Come se esistesse davvero una razza silenziosa di uomini destinati a vivere ai margini dei cimiteri, vicini ai morti e ai vivi, custodi dimenticati di una misericordia povera.
Da quel giorno iniziai a fermarmi sempre davanti a quella tomba.
Mi raccontarono la sua storia: era stato sacerdote e frate per tutta la vita. Aveva attraversato un secolo intero, visto guerre, miseria, cambiamenti, funerali, nascite, generazioni intere sparire. Aveva vissuto senza clamore, senza fama, senza lasciare altro che un ricordo gentile nelle poche persone che ancora parlavano di lui.
Un santo della porta accanto.
Ora, quando vado al cimitero, passo sempre a salutarlo. Accendo un lumino anche per lui. A volte resto qualche minuto in silenzio davanti alla sua fotografia consumata dal tempo.
E ogni volta penso che è strano come certi morti entrino nella nostra vita senza appartenerci davvero.

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