Quando Priebke se ne andò, l'Italia andò in scena: il grande spettacolo dell'ipocrisia nazionale

Un centenario criminale di guerra morì e il Paese si trasformò in un teatro di divieti, proclami e isteria collettiva. Il feretro divenne più celebre del defunto e tutti recitarono la propria parte, tra moralismo esibito e grottesco conformismo.

Quando Erick Priebke morì nel 2013, l’Italia si trovò improvvisamente a recitare una commedia grottesca che nessuno aveva scritto, ma che tutti sembravano pronti a interpretare. Non era più questione di storia o di giustizia, ma di apparire moralmente irreprensibili davanti alle telecamere e ai cittadini indignati. Il feretro dell’ex ufficiale delle SS, condannato per la strage delle Fosse Ardeatine, si trasformò in un personaggio più celebre del defunto stesso, perché ogni sindaco, ogni funzionario e ogni opinionista sembrava deciso a gareggiare in ipocrisia e protagonismo.

Ogni passo del feretro fu scandito da un teatrino paradossale: i sindaci vietavano il passaggio nelle loro città come se stessero proteggendo il mondo intero dal contagio del nazismo, mentre i giornali trasformavano ogni spostamento in un evento epocale. I cittadini antifascisti organizzarono presidi, flash mob e manifestazioni, e tutti sembravano recitare uno spettacolo tragicomico in cui la legge, che garantisce una sepoltura a chiunque, era solo un dettaglio trascurabile. Le bare, i cimiteri e i trasporti funebri divennero simboli di un paese incapace di guardare in faccia la propria storia senza impazzire.

Il risultato fu un ridicolo collettivo: Priebke, morto da centenario, riuscì a fare più rumore da morto che da vivo. La realtà di un paese che non sapeva fare i conti con il proprio passato fu trasformata in farsa pubblica. Sindaci che si atteggiavano a paladini della memoria storica, funzionari che si affannavano a trovare scuse burocratiche per non seppellirlo, giornalisti che amplificarono ogni protesta, tutto contribuì a creare l’illusione che l’Italia stesse reagendo con fermezza morale, quando in realtà stava solo giocando a non affrontare il passato.

Il fatto più paradossale è che, mentre l’isteria collettiva raggiungeva livelli da sceneggiatura comica, nessuno rifletté sul significato autentico di memoria e giustizia. Quello che rimase fu la sensazione di un paese che si divertì a esibirsi nel proprio conformismo morale, che ridicolizzò se stesso più che l’ex nazista sepolto in qualche angolo remoto, e che trasformò una morte in un gigantesco specchio deformante della propria incapacità di essere adulto con la storia. Priebke se ne andò con il silenzio che meritava chi aveva partecipato a crimini atroci, mentre l’Italia si autocelebrava nell’assurdo trionfo della propria coscienza indignata, incapace di distinguere tra memoria, giustizia e semplice teatro dell’ipocrisia.

E poi ci furono i protagonisti della farsa: sindaci in piena crisi di protagonismo che vietarono il passaggio del feretro come se stessero salvando l’umanità da un’epidemia ideologica, giornalisti pronti a trasformare ogni spostamento in un’edizione straordinaria, e associazioni antifasciste che sembravano più impegnate a recitare la propria indignazione che a riflettere sul senso della memoria storica. Tutti insieme crearono uno spettacolo di ipocrisia così grottesco che oggi appare quasi comico: un paese intero che si agita, si scandalizza, si scontra, ma incapace di fare quello che qualunque comunità matura farebbe di fronte alla morte di un criminale di guerra: applicare la legge, ricordare i fatti e lasciare che la storia parli da sé. Invece, l’Italia decise di recitare, di protestare, di mettersi in posa, trasformando la morte di Priebke nel più grande specchio deformante della propria coscienza collettiva.

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