Tempio o pizzeria? La massoneria tra riti, favori e fette di pizza

La massoneria è spesso dipinta come un misterioso santuario di saggezza, una scuola iniziatica capace di insegnare a chi vi entra con cuore sincero. Nella realtà, però, può essere un po’ come entrare in un ristorante elegante: tutti sorridono, tutti fanno la parte rispettabile, e intanto qualcuno controlla se puoi essere utile per portare una fetta di pizza in più alla tavola dei potenti. D’altronde, basta guardare la P2: sembrava un’istituzione impeccabile, ma sotto il grembiule c’era un vero buffet di interessi personali.

Il problema non sono i rituali, i simboli o le candele profumate: sono le persone che siedono in cima al tavolo. Come in una parrocchia dove il prete è discutibile, non ha senso prendersela con i catechisti. Il detto “il pesce puzza dalla testa” non è mai stato così chiaro: quando i vertici perdono la bussola morale, tutto il resto diventa uno spettacolo di facciata.

Così, quel che dovrebbe essere un percorso di crescita iniziatica finisce per somigliare a una pizzata di amici: strette di mano, sorrisi studiati e scambi di favori. I riti solenni, che dovrebbero aprire porte interiori, diventano solo rituali sociali, un’occasione per rafforzare reti di contatti e accumulare piccoli privilegi. Il Tempio perde la sua luce e diventa un elegante club di interessi, dove il simbolo più importante è la convenienza.

La morale? Non è la massoneria a essere buona o cattiva, ma chi la vive e la guida. Finché i vertici continueranno a predicare saggezza e a coltivare interessi personali, ogni Tempio rischia di trasformarsi da luogo di elevazione a salotto gourmet di chi sa sorridere meglio. E, in quel caso, la saggezza rimane fuori dal portone, mentre dentro si mangia la pizza più grande.

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