Parlare di prostituzione in Italia significa confrontarsi con un paradosso storico: una legge eticamente sacrosanta, la Merlin, approvata quasi settant’anni fa per liberare le donne dallo sfruttamento e dalla violenza, e un fenomeno che, oggi come allora, continua a prosperare all’ombra della clandestinità. La mia riflessione su questo tema nasce all’università, quando gestivo un sito di autoaiuto per uomini single “sfigati”, dunque, non single per scelta, ma perché collezionavano due di picche. Fu in quel contesto che iniziai a studiare dossier e proposte legislative, come quelle del defunto Teodoro Buontempo, cercando di capire se fosse possibile superare i limiti della Merlin.
Sul piano etico, la legge Merlin ha ragione. Voleva proteggere le donne e sradicare uno sfruttamento sociale radicato. Sul piano pratico, però, si è rivelata un fallimento totale. Le prostitute non sono sparite: sono semplicemente passate dalla padella alla brace, lavorando in contesti più nascosti, più precari e spesso più pericolosi. Il proibizionismo da solo non funziona mai: ignorare il fenomeno non lo fa sparire, lo sposta soltanto fuori dalla vista.
Non è questione di clienti: personalmente, non pago ciò che posso avere gratis. E non è neanche questione di qualche caso eclatante come quello di Efe Bal, la cui cartella esattoriale ha acceso i riflettori politici molti anni dopo il mio dossier. È un esempio dei rischi concreti derivanti da una prostituzione irregolare: evasione fiscale, problemi sanitari, sfruttamento e visibilità mediatica inattesa.
In oltre vent’anni, la regolamentazione è stata proposta più volte sia alla Camera sia al Senato, ma spesso senza nemmeno arrivare a un dibattito in commissione. Il tema non è “caldo” per la politica nazionale, perché riguarda principalmente sindaci e cittadini delle zone interessate. Ma riguarda soprattutto le lavoratrici del sesso, esposte a rischi sanitari, violenze e sfruttamento, spesso senza alcuna protezione legale.
Il fallimento della Merlin mostra che l’idealismo non basta: dopo quasi settant’anni, serve una regolamentazione seria, capace di tutelare le donne, garantire sicurezza e salute pubblica, e riconoscere anche gli aspetti economici e fiscali di una realtà che esiste da sempre. Ignorarla significa solo spostare il problema da un angolo all’altro, lasciando le persone più vulnerabili in balia di un mercato nascosto e incontrollato.
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