La forza di uno Stato non sta nella pena di morte, ma nella certezza della pena

Uno Stato è tale se riesce a far rispettare le proprie leggi. Ma perché ciò accada, esse devono essere chiare, comprensibili e percepite come giuste da chi le vive quotidianamente. Non è necessario, per la solidità di un ordinamento, il ricorso alla pena di morte: la storia e la realtà contemporanea ci dimostrano che non è l’entità della sanzione a determinare la sicurezza, bensì la certezza che essa verrà applicata.

Una legge fatta male non è una vera legge

La pena di morte è spesso evocata come strumento estremo per scoraggiare i criminali, eppure non ha mai garantito da sola la diminuzione dei reati. Basti guardare ad alcuni Paesi dove essa è prevista e applicata: nonostante la severità, la criminalità continua a prosperare, segno che la paura della morte non è sufficiente a dissuadere chi sceglie di infrangere la legge. Al contrario, vi sono luoghi, anche molto semplici e periferici, dove la pena di morte non esiste, eppure la vita è sicura, i rapporti sociali sono improntati alla fiducia e le chiavi possono restare appese fuori dalla porta di casa senza che nessuno pensi di approfittarne.

Il vero deterrente non è la minaccia di una punizione estrema, ma la consapevolezza che nessuna violazione resterà impunita. È questa certezza che educa i cittadini al rispetto delle regole e costruisce un senso diffuso di responsabilità collettiva. La forza di uno Stato non si misura dunque nella durezza delle pene che prevede, ma nella sua capacità di applicarle sempre, senza eccezioni e senza favoritismi. È lì che si radica la vera giustizia, ed è da lì che nasce la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. 

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