C’è una legge empirica dei media secondo cui, se qualcosa viene ripetuto abbastanza volte da Bolzano a Caltanissetta, allora qualcosa deve per forza accadere: magari la scoperta di un nuovo Michelangelo, o almeno la viralizzazione di uno yogurt greco aromatizzato alla liquirizia. E così, quando le cronache locali e i siti di notizie hanno iniziato a parlare con serietà — e a volte con un pizzico di commozione — di Il profumo di viole sfiorite, molti hanno pensato: “Ecco, questo è il romanzo dell’anno. Tra un mese lo vedremo su tutte le Amazon Charts, nelle storie Instagram dei bookstagrammer e magari pure sulle magliette dei pendolari delle Ferrovie”.
E invece no.
Perché il romanzo — che il sottotitolo dei resoconti stampa voleva fosse un inno alla resilienza, un omaggio alla vita, persino un abbraccio narrativo per chi ogni tanto si sente a pezzi — ha fatto capire una cosa semplice: curare i media non basta per vendere copie. I giornali possono parlare di temi profondi e importanti quanto vogliono, possono citare Max Pezzali o evocare simbolismi intensi, ma tanto rumore mediatico non si traduce automaticamente in carrelli pienissimi su IBS o Amazon. È come se la notizia avesse invitato tutti a una festa, ma nessuno avesse preso davvero l’indirizzo.
La stampa ha raccontato Il profumo di viole sfiorite come se fosse l’ultimo tassello mancante per la pace mondiale: un libro intenso, introspettivo, capace di trasformare il dolore in speranza. Perfetto, se si pensa a un pubblico di meditativi seriali o di persone a cui piacciono i romanzi che ti fanno sentire profondamente e poi ti lasciano lì, con un fazzoletto in mano e un pensiero in testa. Ma se ti piace la narrativa come evasione — thrillers che ti tengono sveglio fino alle tre del mattino, romance che ti fanno sospirare, saghe familiari da divorare davanti a un tè — allora il profumo poetico di questa storia rischia di restare … beh, un po’ di nicchia.
E qui casca l’asino: la stampa discute, il pubblico legge, ma poi si volta verso i romanzi la cui promessa è chiara già dal titolo. Dove fantasia significa avventura, e empatia non richiede di fare i conti con emozioni così impegnative. Il lettore medio naviga tra migliaia di proposte, e se non trova subito quella scintilla che lo fa dire “voglio questo libro adesso”, passa oltre. È un po’ come andare in una gelateria: vedere il gusto “Viole sfiorite con note di introspezione e una punta di filosofia esistenziale” può incuriosire, ma pochi alla fine lo scelgono davvero, soprattutto se davanti ci sono cioccolato fondente, stracciatella e caramello salato.
Nel frattempo, Il profumo di viole sfiorite resta lì, con recensioni scarse o quasi inesistenti sulle grandi piattaforme di vendita online. Pochi voti, poche stelle, pochi commenti dei lettori che possano fare da calamita per altri lettori. È il destino che accomuna tanti romanzi che piacciono molto a chi li legge — e purtroppo non abbastanza a chi li compra.
Quindi no, non è che non si legge più. È che si legge con criteri diversi da quelli che la stampa ha usato per raccontare questo libro. Il pubblico chiede connessione immediata, storia avvincente, suggerimenti di altri lettori. E finché Il profumo di viole sfiorite non trova il passaparola, il bookstagram che lo rende “cool”, o una recensione che dica “compralo e non te ne pentirai”, rischia di restare un’attrazione da cronaca culturale piuttosto che un fenomeno editoriale da scaffale.
Insomma, il profumo c’è — ma per farlo arrivare in lontananza, serve qualcos’altro oltre i titoli di giornale. Un profumo può incantare chi passa accanto alla pianta, ma per vendere milioni di bottiglie bisogna fare di più che raccontarne semplicemente la fragranza.

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