Il sole del primo mattino filtra tra i palazzi grigi della periferia, tingendo di arancione i muri scrostati e i panni stesi ai balconi. L’aria porta con sé un miscuglio di odori: fritto di rosticceria, polvere e asfalto bagnato dalla rugiada. Il rumore dei passi e delle biciclette si mescola al clacson di un’auto lontana, mentre alcuni ragazzi scendono dai motorini diretti a scuola. Qui, ogni gesto quotidiano racconta una storia di sopravvivenza e di resilienza, ma anche di frustrazione.
Marco, ex operaio metalmeccanico di 47 anni, apre il portone della sua palazzina con mani nodose. Sorride amaramente, mentre sistema il casco del motorino. «Sai», dice con voce bassa, «una volta votavo a sinistra. Tutti noi qui lo facevamo. Poi hanno chiuso la fabbrica. E adesso parlano di diritti civili e ambiente… ma a me non mettono da mangiare».
Rosa, 58 anni, casalinga, stende i panni nel cortile. Il vento li solleva per un attimo e lei li trattiene con forza. «Non è solo questione di soldi», dice rivolgendosi a Marco. «È che non ci ascoltano più. Parlano di grandi temi, ma la mia vita, qui, non conta. E noi contiamo eccome».
Più avanti, Luigi, giovane artigiano di 32 anni, sistema le cassette di frutta davanti al piccolo negozio di famiglia. «Non sono un estremista», dice guardando il marciapiede incrinato, «ma chi mi dice che difenderà il mio lavoro, la mia città, la mia gente… mi sembra più sincero». Si ferma un attimo, osserva i passanti. «Se non ti senti protetto, a volte guardi altrove. È semplice».
Nel bar all’angolo, un gruppo di pensionati discute animatamente. «Hanno tagliato le nostre pensioni», dice un uomo con la barba bianca, scuotendo il cucchiaino nel caffè. «E noi dovremmo essere contenti perché parlano di diritti civili?» Un’altra donna annuisce, e aggiunge: «Ci parlano di Europa, di riforme, ma non di chi deve fare la spesa tutti i giorni». Le loro parole rimbombano nella sala vuota, e l’eco sembra portare il loro senso di abbandono fino alla strada.
All’improvviso un pallone rotola tra le mattonelle sconnesse del cortile. Un bambino corre dietro, ridendo, e una donna anziana lo richiama con voce dolce. Il rumore dei suoi passi tra la ghiaia e il fischio del vento tra le ringhiere raccontano la quotidianità che nessun politico sembra notare. Ogni piccolo gesto è un atto di resistenza, una testimonianza di vite che continuano, nonostante la delusione.
Questi cittadini tradizionalmente di sinistra oggi votano altrove o non votano affatto. Il loro peso elettorale è tangibile: alle elezioni politiche del 2018 molti si sono rivolti al Movimento 5 Stelle o al centrodestra, stravolgendo equilibri consolidati. Alle europee del 2024, il consenso verso partiti sovranisti ha confermato che il senso di abbandono si traduce in voti perduti per chi una volta si dichiarava progressista.
Camminando per queste vie, tra cortili e palazzi decrepiti, si percepisce una frattura che non è solo politica, ma culturale. È il divario tra chi decide e chi subisce, tra chi ha voce e chi viene ignorato. Questi esclusi non chiedono ideologia, slogan o promesse astratte: vogliono dignità, protezione e riconoscimento. Finché le loro vite resteranno invisibili, anche la Sinistra più moderna e progressista continuerà a perdere terreno, giorno dopo giorno, voto dopo voto.
E mentre il sole si alza sopra i tetti, illuminando le crepe delle strade e i visi stanchi dei passanti, rimane la consapevolezza: la politica non può permettersi di dimenticare chi vive ai margini. Perché sono queste vite, fatte di piccoli gesti e grandi difficoltà, a decidere il futuro del Paese, silenziosamente, ma in modo definitivo.

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