In Italia denunciare un reato è un po’ come mettere un messaggio in bottiglia e buttarlo in mare: ti illudi che qualcuno lo leggerà, ma in fondo sai già che finirà tra le onde o spiaggiato a marcire. Si va dai carabinieri, si entra in commissariato, si racconta la propria disavventura, e dall’altra parte ci si trova un funzionario con lo sguardo di chi vorrebbe solo finire il turno e andare a cena. Compila il verbale con la stessa passione con cui un impiegato dell’anagrafe stampa un certificato di nascita. Ti ascolta, annuisce, timbra. Fine della storia.
Eppure, sulla carta, la Costituzione è chiara: l’azione penale è obbligatoria. Tradotto in lingua corrente: ogni reato dev’essere perseguito. Ma nella realtà quotidiana accade l’opposto: il piccolo furto viene archiviato, la truffa online viene considerata “faccenda irrilevante”, il danneggiamento entra direttamente nel cassetto del dimenticatoio. Le Procure traboccano, i fascicoli vengono ammassati, e il cittadino ha l’impressione di disturbare un ufficio che non vuole essere disturbato. La giustizia, insomma, funziona come certi sportelli pubblici: se insisti troppo, ti guardano male.
Il paradosso è che lo Stato si sveglia solo davanti al morto. Allora sì, sirene spiegate, comunicati stampa, conferenze in Procura. Ma quando sei ancora vivo e ti hanno solo derubato, truffato, scippato? Allora arrangiati, perché le energie del sistema sono preziose e non si sprecano per “quisquilie”. È l’eterna filosofia del “non abbiamo risorse”: peccato che nel frattempo, per certe inchieste mediatiche, le risorse spuntino come funghi.
Così, se vuoi davvero che la tua denuncia non muoia soffocata dalla polvere, devi diventare un mezzo avvocato. Sollecitare la Procura, opporsi all’archiviazione, costituirti parte civile. In pratica, il cittadino deve fare la parte che lo Stato non fa: ricordargli che esisti. E se nemmeno questo basta, c’è sempre la santa stampa: un articolo su un giornale locale o un post virale su Facebook vale più di tre esposti in Questura. L’opinione pubblica, miracolosamente, è la sveglia che tira giù dal letto la giustizia sonnacchiosa.
Il punto è culturale. Da noi la vittima è un fastidio, un impiccio burocratico, un nome da aggiungere a un registro. Altrove è il cuore del processo. Qui invece chi denuncia sembra chiedere un favore personale. È lo Stato versione impiegato svogliato: presente, ma solo per timbrare il cartellino. Attivo, ma solo quando la tragedia è già consumata. Sempre pronto a recitare la parte del custode della legalità, purché non lo si disturbi troppo nella sua routine di archiviazioni.
La verità è amara ma semplice: denunciare in Italia non è cercare giustizia, è sperare di non essere dimenticati. E in un Paese civile, questo dovrebbe suonare come la più grande delle condanne.

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