L’Italia sembra vivere in un presente eterno, come se il tempo passato fosse solo un lontano racconto e il futuro un’ombra sfuggente. Questo tratto, che Indro Montanelli riprende dal suo maestro Ugo Ojetti, non è semplicemente un difetto nazionale, ma l’eredità di secoli di storia frammentata. Per lungo tempo la penisola è stata un mosaico di piccoli Stati in lotta tra loro, spesso sotto dominazioni straniere, e questa frammentazione ha impedito la costruzione di una coscienza comune, sostituendola con un forte senso di identità locale. Gli italiani hanno imparato a guardare il proprio orticello, a difendere la città o la regione di appartenenza, più che a pensare a un progetto collettivo, stabile e duraturo.
Indro Montanelli
A questa inclinazione storica si aggiunge una mentalità pragmatica e astuta, nata dall’abitudine a destreggiarsi tra instabilità e incertezze: l’arte di arrangiarsi ha spesso sostituito l’arte di progettare. Lo Stato e le istituzioni, percepite come distanti o ostili, hanno rinforzato questa attitudine a vivere nel presente, mentre la tradizione intellettuale italiana oscillava tra pessimismo e disincanto verso i grandi progetti collettivi. Storici come Giustino Fortunato parlavano di un’Italia “mancata”, incapace di consolidare una vera identità nazionale, e Gobetti evocava la rivoluzione che non venne, lasciando un paese immaturo rispetto all’Europa. Montanelli, con la sua ironia arguta, coglieva in questo stesso tratto il lato luminoso degli italiani: straordinariamente creativi, ingegnosi, vivi nel presente, ma cronici incapaci di fare sistema e di costruire un futuro coerente.
Così, l’Italia resta un paese di contemporanei, sospeso tra genio e improvvisazione, tra memoria fragile e visioni intermittenti. Un paese che sa meravigliare oggi, ma che spesso dimentica ieri e non osa sognare domani.

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