L’orecchione: maschio svergognato del folklore meridionale

Nella tradizione popolare del Sud Italia, e in particolare a Napoli, la figura dell’omosessuale non è mai stata raccontata in termini moderni, come orientamento o identità affettiva. Non si parlava di coppie, di relazioni o di comunità, ma di ruoli. L’uomo era maschio fintantoché penetrava, fintantoché stava “sopra”. Chi, invece, accettava la penetrazione, diventava l’“orecchione”, lo svergognato, colui che aveva tradito la propria virilità.

L'Orecchione o Ricchione


Questo schema, che può sembrare brutale agli occhi di oggi, affonda le radici in una mentalità patriarcale e antichissima, che vedeva nella virilità il centro dell’identità maschile. Non è un’invenzione napoletana: già nel mondo greco e romano la distinzione non era tra eterosessuali e omosessuali, categorie che allora non esistevano, ma tra chi agiva e chi subiva. Nella Roma repubblicana e imperiale, ad esempio, l’uomo libero poteva avere rapporti con schiavi, prostitute o giovani, purché fosse lui a penetrare. A perdere onore non era il sodomizzante, ma il sodomizzato, percepito come effeminato, indegno, servile. L’offesa non stava nell’atto in sé, ma nella posizione che si occupava in quel rapporto.

Il mondo mediterraneo, dall’antichità fino alla modernità, ha conservato questa logica binaria. Nel mondo arabo, ancora oggi, l’uomo che penetra può anche definirsi eterosessuale senza contraddizione, mentre l’altro porta addosso il marchio della vergogna. Nella Spagna tradizionale si usava dire che chi “dava” era infamato, mentre chi “faceva” restava comunque macho. È la stessa matrice culturale che attraversa i secoli e che a Napoli si è incarnata nel termine popolare e graffiante di “orecchione”.

La parola stessa, con la sua sonorità ridondante e quasi comica, ha funzionato come marchio e come insulto. Non bastava essere diverso: bisognava esserlo pubblicamente, diventare oggetto di scherno, incarnare la perdita della virilità. Così l’orecchione non era semplicemente un omosessuale: era l’uomo femminilizzato, colui che aveva ceduto, il contraltare indispensabile al “vero maschio”. Perché il maschio si definiva anche per opposizione: se qualcuno perdeva onore, qualcun altro lo rafforzava.

Questa dinamica si innestava in una società dove la virilità era misura di potere, di rispetto, di autorità. L’orecchione diventava così non solo un diverso, ma una sorta di monito vivente, lo specchio rovesciato che confermava a tutti gli altri la loro integrità maschile. E tuttavia, paradossalmente, era anche parte integrante del tessuto sociale. Nelle strade, nei quartieri, nelle feste, nelle tombolate scostumate, il diverso veniva irriso, ma al tempo stesso reso visibile, persino necessario al gioco collettivo.

Ecco allora la contraddizione: una società che ufficialmente condannava l’omosessualità, ma che nei fatti la conosceva, la praticava, la raccontava nei propri proverbi e nelle proprie barzellette. L’orecchione era lo svergognato, ma senza di lui non si sarebbe potuto costruire l’immagine del maschio “vero”. In questo senso, la sua figura diventa un tassello fondamentale della cultura meridionale, una lente attraverso cui leggere l’intero universo simbolico del maschile.

Ancora oggi, nelle periferie e nei vicoli, l’insulto resiste, eredità amara di un codice antico. Ma chi lo ascolta con orecchio attento sa che dietro quella parola non c’è solo la cattiveria della risata, bensì il riflesso di un Mediterraneo che da secoli misura il confine tra forza e debolezza, tra virilità e vergogna, non secondo il desiderio, ma secondo il ruolo. L’orecchione, maschio svergognato del folklore, non è solo una caricatura, ma un personaggio culturale che racconta molto più della sua condanna: racconta l’ossessione di un mondo intero per la virilità.

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