Il fuoco dal cielo: liberazione o strage deliberata?

Hiroshima 

C’è una ferita aperta nella memoria della Seconda guerra mondiale che ancora oggi brucia: i bombardamenti alleati sulle città tedesche e giapponesi. Nelle narrazioni ufficiali furono operazioni necessarie, strumenti dolorosi ma inevitabili per piegare il nemico e accorciare il conflitto. Ma guardando alle rovine di Dresda o alle ceneri di Hiroshima, la domanda ritorna implacabile: si trattò davvero di scelte militari obbligate, oppure di atti di sterminio deliberato della popolazione civile?

Il fronte tedesco racconta una verità scomoda. Intere città ridotte a scheletri fumanti, decine di migliaia di vittime intrappolate nelle tempeste di fuoco, un popolo che non si ribellò al regime ma si irrigidì ancor di più. Le industrie belliche furono colpite, i trasporti resi difficili, eppure la Germania nazista non crollò per i bombardamenti. A schiacciare Berlino furono i carri armati sovietici e le divisioni americane, non le squadriglie di Lancaster e Fortezze Volanti. Il bombardamento a tappeto servì a infliggere dolore, non a cambiare il corso della guerra.

In Giappone la logica fu ancora più spietata. Le città di legno bruciarono come torce. Tokyo, Osaka, Nagoya furono incenerite in una sola notte. Poi arrivò l’orrore atomico: Hiroshima e Nagasaki cancellate in un lampo. Gli Stati Uniti sostennero che così si sarebbero salvate milioni di vite, evitando un’invasione sanguinosa. Ma documenti e testimonianze dicono altro: il Giappone era già esausto, strangolato dal blocco navale e travolto dall’offensiva sovietica. La resa era vicina. La bomba fu una scelta politica, un messaggio al mondo e soprattutto a Mosca: la nuova potenza globale deteneva un’arma assoluta.

Resta allora la questione morale, che nessuna retorica di vittoria può cancellare. Non fu genocidio nel senso tecnico del termine, ma fu pur sempre sterminio di massa, pianificato e accettato come prezzo inevitabile. Le popolazioni civili divennero bersaglio consapevole, laboratorio di una guerra totale che non conosce più confini tra chi combatte e chi subisce. Oggi, alla luce del diritto internazionale e della coscienza collettiva, non si può più fingere che fu soltanto “strategia militare”: fu terrore dal cielo, fu l’uso della paura come arma, fu la dimostrazione che anche i liberatori non esitarono a sporcarsi di sangue innocente.

La vittoria alleata rimane, e con essa la fine del nazifascismo e del militarismo giapponese. Ma dentro quella vittoria ci sono macerie che non si possono ignorare. La domanda, terribile, resta sospesa: la libertà si può davvero costruire sulle ceneri di un’intera popolazione civile?

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