L’Italia che non vota: viaggio nell’astensione che svuota la democrazia

Dalla disillusione alla rabbia, passando per il disinteresse: chi sono e cosa pensano gli astenuti


Negli ultimi anni le urne italiane si svuotano sempre di più. Alle elezioni politiche del 2022 ha votato appena il 63% degli aventi diritto, la percentuale più bassa della storia repubblicana. Una cifra che racconta, meglio di tanti discorsi, la crisi della partecipazione. Dietro a quel 37% di schede mancate non ci sono solo pigri o vacanzieri della domenica, ma una costellazione di motivazioni che vanno dalla sfiducia totale alla protesta, fino al semplice disinteresse.

I delusi: “Ho votato per cambiare, ma non è cambiato niente”
Sono forse la fetta più consistente degli astenuti. Persone che in passato hanno votato con convinzione, talvolta militato, ma che oggi hanno smesso. Li muove la disillusione: troppi scandali, promesse mancate, voltagabbana. “Ho votato per anni, ma la mia vita non è migliorata. Anzi, è peggiorata. Non mi fregano più”, dice un ex elettore intervistato dal Censis. Per molti di loro, il non voto è una resa, ma anche una forma di autoprotezione: evitare la frustrazione di aspettarsi qualcosa che non arriverà.

Gli apatici: la politica come rumore di fondo
C’è poi chi non si è mai interessato davvero. Non leggono giornali, non seguono dibattiti, non conoscono i nomi dei candidati. Per loro la politica è un linguaggio estraneo, un rumore lontano che non tocca la vita quotidiana. A Napoli, il giorno di un referendum, un gruppo di ragazzi sorseggiava bibite davanti a un chiosco: “Votare? Meglio la partita, tanto decide tutto Roma”. Non è rabbia, ma indifferenza: un muro eretto tra sé e le istituzioni.

Gli intermittenti: “Voto solo se ne vale la pena”
Ci sono anche gli elettori a corrente alternata. Non escludono il voto a priori, ma lo considerano un’opzione da riservare a casi speciali. Se un tema li tocca da vicino o un leader li entusiasma, si presentano al seggio. Altrimenti, restano a casa senza troppi rimorsi. A Milano una trentenne racconta: “Alle comunali ci vado sempre, perché riguarda la mia città. Ma alle politiche non credo serva a nulla. Non mi sposto per mettere una croce a caso”.

I disgustati: “Non partecipo a questa farsa”
Non sono pigri, ma arrabbiati. Il loro astenersi è un atto politico, una protesta. Considerano il sistema corrotto, autoreferenziale, incapace di rappresentare davvero i cittadini. “Non voto perché non voglio essere complice”, afferma senza esitazione un cinquantenne romano, ex iscritto a un partito. Nei bar, sui social, nelle piazze virtuali sono tra i più rumorosi: commentano ogni scandalo con amarezza, ma quando arriva il giorno delle elezioni scelgono di non esserci.

Gli esclusi invisibili
C’è infine un’astensione più silenziosa, fatta di difficoltà pratiche. Studenti fuori sede che non hanno tempo e denaro per rientrare a votare. Lavoratori con turni impossibili. Italiani all’estero che faticano a navigare tra procedure complicate. Anziani che vivono in periferia e non trovano un passaggio per arrivare al seggio. Non sono indifferenti né arrabbiati: semplicemente restano esclusi da un sistema che non li agevola.

Una democrazia zoppa
I numeri fotografano una realtà impietosa: in certe città del Sud metà della popolazione non ha messo piede alle urne, e in generale chi governa rappresenta spesso meno di un terzo degli aventi diritto. È una democrazia formale, rispettosa delle regole, ma sostanzialmente zoppa. A decidere sono sempre meno cittadini, mentre cresce una maggioranza silenziosa che resta a casa. Una casa che, sempre più spesso, coincide con una spiaggia, un bar, o semplicemente il divano di chi non si sente più parte del gioco.

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