Dal PCI al partito delle ZTL: la parabola borghese del PD

Una volta, in Italia, il partito della sinistra era il PCI: il Partito Comunista Italiano. Sezioni di quartiere aperte ogni sera, le Feste dell’Unità con il vino rosso in bicchieri di plastica e la pasta al ragù, comizi gremiti di operai, studenti, contadini. Un partito di massa, radicato nei luoghi del lavoro e della fatica, riconoscibile per i suoi simboli, la sua disciplina, la sua idea di riscatto collettivo.

Oggi, dopo trent’anni di metamorfosi, c’è il Partito Democratico. Una creatura diversa, distante, quasi aliena rispetto a quelle origini. Un partito che organizza convegni più simili a seminari universitari che a comizi popolari, che parla più di start-up e green economy che di fabbriche e salari. Un partito che ha trovato la sua roccaforte nelle Zone a Traffico Limitato: i centri storici delle grandi città, i quartieri universitari, le aree urbane gentrificate.

Dal popolo alle élite urbane

Il cambiamento è evidente. Il radicamento nelle periferie è svanito. La classe operaia, un tempo colonna portante del consenso comunista, si è allontanata, spesso rifugiandosi nell’astensione o nelle braccia di populismi di destra. Il PD, invece, ha scelto un altro elettorato: quello colto, urbano, medio-alto, fatto di insegnanti, manager, professionisti, intellettuali. Un mondo che parla inglese, frequenta festival culturali, beve vino biologico e condivide hashtag progressisti sui social.

È il partito dei radical chic. Quelli che parlano di diritti civili con tono moraleggiante ma che difficilmente hanno mai preso una metro affollata alle sei del mattino. Quelli che si emozionano per la transizione ecologica, purché non significhi chiudere il proprio SUV ibrido in garage. Una sinistra che ha fatto propria una retorica nobile, ma spesso percepita come lontana dai problemi concreti della maggioranza degli italiani.


La destra badogliana che vota PD

E non è finita. Una parte importante del sostegno al PD arriva da quella che potremmo chiamare la destra badogliana: l’Italia moderata, filo-atlantica, europeista, erede del centrismo democristiano e della tradizione governativa più che ideologica. Dirigenti d’azienda, burocrati di carriera, notabili locali che vedono nel PD la garanzia di stabilità istituzionale e di continuità con Bruxelles e Washington.

In altre parole: una sinistra che sopravvive grazie ai voti di una destra che non ha mai amato le avventure populiste, ma che preferisce un approccio tecnocratico e rassicurante.


Globalizzazione e teorie del complotto

Qui si innesta la parte più controversa del discorso. C’è chi sostiene che il PD sia il vero partito delle élite internazionali. Che i suoi dirigenti siano gli ambasciatori in Italia di strategie decise altrove, nei consessi globali come il Club Bilderberg, la Commissione Trilaterale o il Council on Foreign Relations.

Ora, si può liquidare tutto questo come complottismo. E in parte lo è. Ma resta un dato politico: il PD è il partito più allineato al vincolo europeo e al patto atlantico. È il partito che difende l’Unione Europea, l’euro, la NATO, il multilateralismo. È il partito che, più di ogni altro, ha fatto della globalizzazione un dogma. Non serve credere ai complotti per riconoscere che il PD rappresenta il volto italiano di un mondo che non ha confini nazionali ma solo reti economiche e diplomatiche.


Un partito senza popolo?

E allora, la domanda finale è inevitabile: il Partito Democratico è ancora un partito popolare o è diventato un partito di élite? È l’erede della sinistra italiana o un partito liberal-borghese che parla il linguaggio delle classi medie istruite e dei manager cosmopoliti?

Il PCI nasceva nelle fabbriche. Il PD sopravvive nei loft gentrificati e nelle biblioteche universitarie. È la parabola di una sinistra che ha cambiato pelle, che forse ha guadagnato rispettabilità internazionale ma ha perso l’anima popolare.

Il rischio, oggi, è che le periferie non si fidino più, che il mondo del lavoro non si senta rappresentato, che i poveri non vedano alcuna differenza tra chi governa a destra e chi governa a sinistra.

E così resta l’interrogativo più bruciante: può un partito delle ZTL tornare a capire il Paese reale? O la sinistra italiana ha deciso, una volta per tutte, che il popolo non serve più?

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