La NATO araba che non c’è: Egitto, Arabia Saudita e il nodo delle alleanze impossibili

L’idea che l’Egitto coltiva da tempo è quella di trasformare la Lega Araba in qualcosa di più di un consesso politico: un’alleanza militare strutturata, una sorta di NATO araba in grado di dare al mondo arabo un’autonomia strategica che da decenni manca. Il Cairo, reduce da gravi difficoltà economiche ma fresco di ingresso nei BRICS, sogna di recuperare una centralità perduta, proponendosi come capofila di una nuova architettura di sicurezza regionale. Ma tra le ambizioni e la realtà si frappongono ostacoli antichi e nodi difficili da sciogliere.
L’Arabia Saudita, con il suo peso economico e finanziario, rappresenta l’interlocutore indispensabile. Senza Riyadh e senza le altre monarchie del Golfo, nessuna alleanza avrebbe i mezzi per sopravvivere. Eppure i sauditi vivono un’ambiguità strutturale: da un lato il desiderio di emanciparsi dal vincolo americano, percepito come meno affidabile rispetto al passato, dall’altro l’impossibilità di rompere davvero con Washington, da cui dipendono forniture, tecnologia e protezione internazionale. È in questo spazio incerto che Riyadh cerca di tessere nuove relazioni, oscillando tra apertura verso la Cina, normalizzazione con Israele e dialogo con l’Iran.

La presenza del Pakistan complica e rafforza al tempo stesso questo scenario. Il patto di mutuo soccorso tra Islamabad e Riyadh non è soltanto un accordo formale: da decenni il Pakistan fornisce uomini, addestratori, ufficiali, persino una garanzia implicita di deterrenza nucleare. Nel caso di un conflitto su larga scala, i sauditi sanno di poter contare su una potenza armata fino ai denti, pronta a intervenire in difesa del Regno. Questo rapporto però rischia di incrinare l’idea stessa di un’alleanza araba, perché introduce un attore esterno che non appartiene al mondo arabo e che inevitabilmente sbilancia i rapporti interni, favorendo Riyadh a scapito del Cairo e degli altri membri della Lega.

In questo quadro si stagliano le figure ingombranti della Turchia e dell’Iran. La prima, membro della NATO ma non araba, è guardata con sospetto da molti, soprattutto in Siria ed Egitto, che non dimenticano il retaggio dell’impero ottomano. Erdogan coltiva un suo disegno neo-ottomano, aspirando a una leadership regionale che difficilmente si concilierebbe con un’alleanza guidata dall’Egitto o dai sauditi. L’Iran, sciita e rivale storico del blocco sunnita, osserva da lontano con diffidenza ma anche con l’abilità di chi sa muovere pedine strategiche: Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, gli Houthi nello Yemen. Teheran non entrerà mai in un’alleanza araba, ma potrà ostacolarla o condizionarla, sfruttando la questione palestinese come terreno di legittimazione.

E poi c’è Israele, il convitato di pietra. L’Egitto è stato il primo paese arabo a firmare la pace con Tel Aviv, mentre l’Arabia Saudita era vicina a un processo di normalizzazione prima che la guerra di Gaza congelasse ogni prospettiva. Un’alleanza militare araba rischierebbe di essere percepita da Israele come un’iniziativa ostile, eppure nessuno tra i promotori immagina un conflitto aperto. L’obiettivo, semmai, sarebbe quello di rafforzare la difesa comune contro minacce più immediate, come l’espansione iraniana o il terrorismo transnazionale.

Il risultato è un intreccio di interessi che rende difficile immaginare la nascita di una vera NATO araba. Troppi i sospetti reciproci, troppi i vincoli con potenze esterne come gli Stati Uniti, la Cina o la Russia, troppi i rischi di frammentazione interna. Se mai prenderà forma, sarà con molta probabilità un’alleanza di facciata, più utile a rafforzare la posizione negoziale di Riyadh e del Cairo sulla scena internazionale che a creare un reale esercito comune. Una cooperazione settoriale, forse sulla difesa aerea o sull’intelligence, è più probabile di una struttura militare integrata.

L’idea della NATO araba resta dunque il simbolo di una tensione mai risolta nel mondo arabo: la volontà di autonomia contro il peso delle dipendenze esterne, l’unità proclamata contro le divisioni storiche, l’ambizione di guidare la regione contro la paura di perdere sovranità. È in questo spazio sospeso che si gioca oggi la partita geopolitica, e da come verranno sciolti i nodi tra Egitto, Arabia Saudita e Pakistan dipenderà la possibilità di trasformare un sogno antico in realtà, oppure di vederlo dissolversi ancora una volta tra rivalità e diffidenze.

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