A Napoli, quando si sfiora l’argomento dell’esoterismo, compare sempre lo stesso nome, come un’ombra che aleggia sul passato e sul presente della città: Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. Nato nel 1710 da una delle famiglie più antiche del Regno, visse nel pieno del Settecento illuminista, ma della ragione e della scienza fece un uso che non ha nulla di convenzionale. Uomo colto, inventore, mecenate e visionario, Raimondo seppe fondere il gusto per le arti e le lettere con un’instancabile ricerca del mistero, diventando così il simbolo stesso dell’anima occulta di Napoli.
La sua fama è indissolubilmente legata alla Cappella Sansevero, piccolo scrigno barocco che ancora oggi affascina e inquieta. Lì ogni scultura, ogni decorazione, ogni allegoria sembra nascondere un linguaggio segreto. Il celebre Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, con quel drappo di marmo che appare più trasparente della seta, è solo il vertice di un percorso iniziatico: accanto si susseguono figure allegoriche che rimandano alle virtù, all’alchimia, alla liberazione dello spirito attraverso la conoscenza. E poi ci sono le enigmatiche Macchine anatomiche, scheletri attraversati da una rete di vene e arterie che sembrano frutto di un’arte magica piuttosto che di un esperimento scientifico. È in questo intreccio di bellezza, scienza e mistero che si alimenta il mito del principe.
Raimondo di Sangro fu anche massone, in anni in cui la massoneria era perseguitata e circondata da sospetti. La sua appartenenza e la sua attività di gran maestro non fecero che accrescere le voci sul suo conto: c’era chi lo vedeva come un iniziato ai più profondi segreti dell’universo, chi come un eretico, chi addirittura come un uomo che aveva stretto patti col demonio. Napoli, città dove la leggenda scivola con naturalezza nella cronaca, non poteva che trasformare un nobile eccentrico e geniale in un personaggio leggendario.
Non è solo la straordinarietà delle sue invenzioni o la magnificenza dei monumenti a renderlo “prezzemolino” di ogni discorso sull’occulto partenopeo, ma il suo ruolo di mediatore ideale tra due mondi. Da un lato la sapienza popolare delle janare, dei riti, delle superstizioni che animavano i vicoli; dall’altro l’occultismo colto europeo, quello dei rosacroce e degli alchimisti. In Raimondo di Sangro i due universi si incontrano e si fondono, dando vita a un mito che ancora oggi sembra resistere al tempo.
Parlare di esoterismo a Napoli senza evocare il principe di Sansevero è quasi impossibile. La sua figura è diventata parte integrante del tessuto culturale della città, simbolo di un Sud che non smette di intrecciare storia e leggenda, fede e magia, arte e segreto. E se nel resto d’Europa il Settecento illuminista ha segnato la vittoria della ragione sulla superstizione, a Napoli ha lasciato un principe capace di trasformare la ricerca della verità in un eterno enigma di pietra e di sangue, che ancora oggi continua ad affascinare chi varca le porte della sua cappella.
E poi c’è il non detto, quello che appartiene alle notti silenziose del centro antico. C’è chi giura di aver visto il suo fantasma aggirarsi tra i vicoli, chi sostiene che il suo spirito vegli ancora sulle statue della cappella, e chi racconta che le sue formule segrete non siano mai andate perdute, ma vivano nei sussurri di Napoli stessa. Perché Raimondo di Sangro non è soltanto un ricordo: è un’ombra che la città non vuole dissipare, un principe che continua a dettare il ritmo occulto del cuore di Partenope, come se l’alchimia che inseguì per tutta la vita avesse davvero trovato il modo di sfidare il tempo.
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