Taiwan, l’isola contesa: storia di uno Stato senza riconoscimento

Nella geografia politica mondiale esistono paradossi che sfidano le definizioni tradizionali di sovranità e di legittimità. Taiwan è uno di questi. È uno Stato che possiede un governo democraticamente eletto, una Costituzione, una moneta, un esercito efficiente e una società civile vibrante; eppure, per la comunità internazionale, rimane invisibile. All’ONU non siede un suo rappresentante, e la sua bandiera non sventola accanto a quelle delle altre nazioni. Dal 1971, quando l’Assemblea Generale decise di riconoscere come “unica Cina” la Repubblica Popolare di Pechino, la Repubblica di Cina — questo il nome ufficiale di Taiwan — ha visto dissolversi il suo posto nell’arena diplomatica globale.

Per capire come sia possibile un tale cortocircuito, bisogna risalire alle radici storiche dell’isola. Taiwan non è sempre stata cinese: le sue prime popolazioni erano austronesiane, culturalmente affini ai popoli del Pacifico. Nei secoli XVII e XVIII fu teatro di conquiste europee, prima da parte degli olandesi, poi degli spagnoli, e infine passò sotto il controllo della dinastia Qing. Alla fine del XIX secolo, dopo la sconfitta della Cina imperiale nella guerra contro il Giappone, il Trattato di Shimonoseki consegnò l’isola a Tokyo, che la trasformò in una colonia modello, modernizzandone infrastrutture e amministrazione, ma imponendo anche un processo di assimilazione forzata.

La svolta decisiva giunse però nel 1945, quando la resa giapponese restituì Taiwan alla Repubblica di Cina guidata dal Kuomintang. Sembrava il preludio a un ritorno stabile sotto il controllo cinese, ma la guerra civile che nel frattempo infuriava sul continente avrebbe cambiato per sempre i destini dell’isola. Nel 1949 Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese a Pechino, e le forze comuniste presero il potere in tutta la Cina continentale. Chiang Kai-shek, sconfitto, fuggì a Taiwan insieme a due milioni di uomini tra soldati, funzionari e intellettuali, portando con sé le istituzioni della Repubblica di Cina, le riserve auree e persino alcuni dei più importanti tesori della cultura cinese.

Da quel momento, due entità politiche iniziarono a rivendicare la legittimità di rappresentare l’intera Cina. Per oltre vent’anni, fu proprio Taiwan a detenere il seggio cinese al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre la Repubblica Popolare restava esclusa. La situazione si invertì radicalmente nel 1971, quando la comunità internazionale, spinta dal peso geopolitico e demografico della Cina di Mao, riconobbe la RPC come unico rappresentante legittimo del popolo cinese. Taiwan perse così il suo posto all’ONU e iniziò un lento ma inesorabile processo di isolamento diplomatico.

Paradossalmente, proprio in quegli anni in cui la sua esistenza internazionale veniva oscurata, Taiwan intraprese una trasformazione interna senza precedenti. Il regime autoritario del Kuomintang, che aveva imposto la legge marziale per quasi quarant’anni, si aprì gradualmente al pluralismo politico. Negli anni Ottanta e Novanta, l’isola si reinventò come una democrazia dinamica, con elezioni libere e un’identità sempre più distinta dal continente. Oggi la società taiwanese difende con forza la propria autonomia, e le nuove generazioni si sentono prima di tutto taiwanesi, non cinesi.

Eppure, sul piano internazionale, la realtà rimane ambigua. La Repubblica Popolare Cinese considera Taiwan una “provincia ribelle” da riunificare, anche con la forza se necessario, e utilizza la sua influenza economica e politica per impedire che altri Stati stabiliscano rapporti diplomatici ufficiali con Taipei. Per questo motivo Taiwan non ha ambasciate in senso formale, ma una fitta rete di rappresentanze che operano sotto nomi volutamente neutri. A Washington, a Parigi, a Roma o a Berlino non esistono ambasciatori taiwanesi, ma “Taipei Economic and Cultural Office”, organismi che svolgono a tutti gli effetti le funzioni diplomatiche di un’ambasciata, dall’assistenza ai cittadini al rilascio dei visti, dalla promozione economica ai rapporti culturali. È un sistema di diplomazia parallela, riconosciuto e rispettato, ma mai dichiarato apertamente, un gioco di equilibri lessicali e politici che permette ai governi occidentali di mantenere rapporti sostanziali con Taiwan senza violare formalmente la “One China Policy” imposta da Pechino.

La peculiarità di questa condizione si riflette anche sul piano multilaterale: Taipei può partecipare ad alcune organizzazioni internazionali solo con denominazioni attenuate, come “Chinese Taipei”, formula che compare nei Giochi Olimpici o all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Non è un dettaglio linguistico, ma un compromesso che rivela quanto la questione di Taiwan sia al tempo stesso giuridica e simbolica, politica e semantica.

Ma l’importanza di Taiwan oggi non si esaurisce nelle questioni di legittimità. Essa è un nodo strategico del sistema internazionale. Geograficamente, l’isola si trova nel cuore della cosiddetta “prima catena di isole” che circonda la Cina, una linea di barriere naturali che va dal Giappone alle Filippine e che rappresenta, dal punto di vista militare, una cintura di contenimento per la marina di Pechino. Per la Cina, il controllo di Taiwan significherebbe abbattere questo muro e aprirsi proiezioni verso l’Oceano Pacifico. Per gli Stati Uniti e i loro alleati, al contrario, la sopravvivenza di Taiwan come entità autonoma è fondamentale per mantenere l’equilibrio strategico nell’Asia-Pacifico.

Non meno rilevante è il peso economico. Taiwan ospita TSMC, il colosso mondiale dei semiconduttori avanzati, vero cuore tecnologico della transizione digitale globale. Dai microprocessori prodotti sull’isola dipendono automobili, smartphone, infrastrutture militari e intelligenza artificiale. La sua caduta nelle mani di Pechino altererebbe radicalmente gli equilibri economici e tecnologici del pianeta, consegnando alla Cina un primato senza precedenti.

Taipei ( Taiwan )

Taiwan, dunque, non è solo un’isola contesa tra due nazionalismi; è il baricentro di una sfida geopolitica che coinvolge il futuro dell’Asia e la stessa architettura dell’ordine mondiale. La sua condizione sospesa, di Stato pienamente funzionante ma privo di riconoscimento, rende il caso taiwanese un laboratorio delle contraddizioni del diritto internazionale e, allo stesso tempo, un detonatore potenziale delle tensioni tra le due maggiori potenze del nostro tempo.

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