Nel 2007 e nel 2008 le piazze italiane venivano attraversate da un grido semplice, diretto, brutale: il “Vaffa-Day”. A guidarlo c’era , comico già noto al grande pubblico, capace di trasformare l’indignazione diffusa contro la classe politica in un fenomeno collettivo organizzato.
Quel momento segnò l’inizio di un ciclo politico che avrebbe cambiato profondamente il sistema italiano.
Oggi, a quasi vent’anni da quelle mobilitazioni, il Movimento 5 Stelle è ancora presente sulla scena politica nazionale. Non è più il partito antisistema delle origini, non è più la forza travolgente del 2018, ma non è nemmeno scomparso come altre esperienze populiste del passato.
La domanda è semplice: perché sta durando più dell’Uomo Qualunque? E quanto può ancora durare?
Il precedente storico: l’Uomo Qualunque
Nel secondo dopoguerra, tra il 1944 e il 1948, emerse il guidato da .
Anche allora il messaggio era anti-politico. Anche allora il bersaglio era la “casta” dell’epoca. Anche allora si parlava a un’Italia stanca dei partiti tradizionali.
Alle elezioni del 1946 l’Uomo Qualunque ottenne un risultato sorprendente. Ma nel giro di pochi anni si dissolse. Mancava una struttura, mancava una classe dirigente, mancava la capacità di trasformarsi da protesta a governo.
Il Movimento 5 Stelle, invece, ha fatto un salto che l’Uomo Qualunque non riuscì a fare: è entrato stabilmente nelle istituzioni e ha governato.
Dal Vaffa al governo
Nel 2013 il Movimento 5 Stelle entra in Parlamento con un risultato clamoroso. Nel 2018 diventa il primo partito italiano.
Da forza di opposizione radicale si trasforma in partito di governo, prima con la Lega, poi con il Partito Democratico. Esprime un Presidente del Consiglio, , figura inizialmente tecnica ma poi divenuta leader politico.
Questo passaggio è decisivo. L’Uomo Qualunque rimase forza di protesta. Il Movimento 5 Stelle, invece, ha accettato la responsabilità del potere. Ha pagato un prezzo in termini di consenso, ma ha guadagnato in istituzionalizzazione.
La trasformazione da movimento a partito
Il Movimento 5 Stelle nasce come forza anti-partitica, digitale, fluida, ostile alle strutture tradizionali.
Con il tempo, però, è stato costretto a trasformarsi. L’uscita progressiva di dal ruolo operativo, l’abbandono di figure come , e la leadership sempre più definita di Giuseppe Conte hanno segnato un passaggio: da movimento carismatico a partito personale moderato.
Questa evoluzione ha ridotto la spinta originaria ma ha aumentato la capacità di sopravvivenza. Il Movimento oggi è meno radicale, meno antisistema, ma più compatibile con la dinamica parlamentare.
È diventato parte del sistema che voleva rovesciare.
Perché dura più dell’Uomo Qualunque?
Ci sono almeno quattro fattori strutturali.
Primo: il contesto mediatico. I social network e la comunicazione digitale consentono una presenza costante e una mobilitazione più duratura rispetto agli anni Quaranta.
Secondo: l’accesso alle risorse istituzionali. Essere stati forza di governo ha garantito visibilità, esperienza amministrativa e radicamento parlamentare.
Terzo: la capacità di adattamento. Il Movimento ha cambiato linea più volte, passando dall’anti-euro al sostegno europeo, dall’anti-sistema alla collaborazione istituzionale.
Quarto: la crisi strutturale dei partiti tradizionali, che continua ad alimentare uno spazio politico per forze percepite come “diverse”.
Il limite strutturale
Nonostante la maggiore durata rispetto all’Uomo Qualunque, resta un limite evidente: il radicamento territoriale.
A livello comunale il Movimento 5 Stelle fatica a esprimere una classe dirigente stabile. Il suo è prevalentemente un voto di opinione, legato a dinamiche nazionali più che a reti locali.
Questo limite non ne impedisce la sopravvivenza nazionale, ma ne condiziona la capacità di consolidarsi come partito strutturato sul modello del o di altre forze storicamente radicate.
Quanto può durare ancora?
La durata del Movimento 5 Stelle dipenderà da due variabili principali.
La prima è la leadership di Giuseppe Conte. Se riuscirà a mantenere un’identità riconoscibile — sociale, progressista, distinta ma dialogante — il Movimento potrà continuare a occupare uno spazio politico stabile.
La seconda è la capacità di trasformare il consenso d’opinione in una presenza organizzativa territoriale più solida. Se questa trasformazione non avverrà, il Movimento resterà forte nelle politiche e più fragile nelle amministrative.
Non sembra destinato a scomparire nel breve periodo come l’Uomo Qualunque. Ma difficilmente tornerà ai picchi del 2018.
È probabile che evolva verso una dimensione intermedia: non più forza egemone, non più fenomeno antisistema, ma partito medio, strutturalmente inserito nell’area progressista.
Conclusione
Dal “Vaffa” al governo, dalla protesta alla normalizzazione, il Movimento 5 Stelle ha compiuto un percorso che l’Uomo Qualunque non riuscì mai a fare.
La sua sopravvivenza non dipende più dalla rabbia, ma dalla capacità di adattarsi. Non è più il terremoto che scuote il sistema. È una delle sue faglie permanenti.
La vera domanda non è se durerà ancora qualche anno.
La domanda è se riuscirà a diventare definitivamente un partito come gli altri — o se la sua natura originaria continuerà a limitarne la piena trasformazione.

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