Algoritmi sotto accusa: ci vogliono davvero più stupidi?

C’è un dubbio che serpeggia ormai da tempo, e non è più una semplice paranoia da complottisti della domenica. TikTok, il social cinese che ha conquistato i giovani di mezzo mondo, sembra avere due facce. Dentro la Repubblica Popolare Cinese l’algoritmo favorirebbe contenuti educativi, culturali, scientifici. All’estero, invece, a dominare sono il trash, le volgarità, la comicità demenziale, i balletti senza senso. Un contrasto così evidente da sembrare studiato a tavolino: rafforzare le nuove generazioni in patria e, contemporaneamente, indebolire quelle del cosiddetto mondo libero. Se questa fosse davvero una strategia, a Pechino starebbero ridendo di noi, mentre ci trasformiamo in una massa di analfabeti funzionali sempre più dipendenti da video da dieci secondi.

Ma la domanda che ci tocca ancora più da vicino riguarda i social americani. Perché, se è vero che TikTok appartiene a Pechino, è altrettanto vero che Facebook, Instagram, YouTube e compagnia bella non sembrano fare nulla di diverso. Anche lì, la logica sembra premiare il cretinismo giovanile, il sensazionalismo, i contenuti superficiali che non insegnano nulla e non lasciano nulla. È solo questione di mercato, di click facili e di pubblicità venduta? Oppure c’è davvero una strategia più oscura dietro questi meccanismi, come sostengono coloro che chiamano in causa la Commissione dei 300, il Club Bilderberg e altri centri di potere che vorrebbero, a livello globale, indebolire la democrazia e spianare la strada a forme autocratiche mascherate da libertà?

Forse la verità non è così semplice. Certo, dietro ogni algoritmo c’è un obiettivo economico: tenerti incollato allo schermo il più possibile, farti reagire, farti restare dentro la gabbia digitale che genera soldi. Ma la questione culturale rimane, ed è preoccupante: perché se si premiano solo i contenuti che abbassano l’asticella, se si incentiva soltanto l’istinto immediato e non la riflessione, allora il risultato è una generazione più fragile, meno autonoma, più manipolabile.

Ecco perché la vera sfida non è soltanto denunciare la tossicità dei social, ma imparare a educare gli algoritmi. Sì, perché ogni interazione conta. Se continuiamo a cliccare solo sul demenziale, i sistemi continueranno a proporci spazzatura. Ma se iniziamo a premiare contenuti culturali, divulgativi, costruttivi, allora forse riusciremo a piegare la logica cieca del profitto verso una direzione più sana. La speranza, in fondo, è che non ci sia un piano globale per imbecillire l’Occidente, ma soltanto la banalità di un mercato che vende ciò che la gente chiede. E se così fosse, la responsabilità ricadrebbe su di noi, non su Pechino né su Washington.

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