Non lo dice con rabbia isterica. Lo dice piano, quasi con stanchezza. Ed è proprio questo che inquieta.
«Tu non hai capito com’è la situazione.»
La sigaretta si consuma tra le dita, mentre lo sguardo resta fisso su qualcosa che non è qui, non è adesso. È un altrove fatto di anni, di casi, di nomi che si ripetono, di facce che tornano sempre.
«Qua non è più questione di arrestare qualcuno. Qua è tutto mischiato. Criminalità, colletti bianchi, politica, favori. È un sistema. E quando diventa sistema… la democrazia non basta più.»
Non alza mai la voce. Non serve.
«Tu puoi fare tutte le leggi che vuoi. Puoi fare processi, indagini, arresti. Ma mentre ne prendi uno, altri dieci stanno già al loro posto. Perché dietro non c’è solo il reato. C’è una cultura, una rete, una protezione.»
Poi la frase arriva così, senza preparazione.
«L’unico modo? Togliere tutto.»
Una pausa. Lunga.
«Governi civili, tribunali ordinari… tutto. Metti una giunta. Militare. Dieci anni. Legge marziale vera. Non quella che si dice nei film.»
Si gira appena, come a misurare l’effetto delle parole.
«Tribunali militari. Processi rapidi. Niente appelli infiniti. E chi è dentro a certi giri… lo levi di mezzo. Punto.»
Non c’è enfasi. Non c’è gusto nella violenza. Solo una logica fredda, quasi contabile.
«Tu la vuoi aggiustare una città? La devi spaventare. La devi fermare. Far capire che è finita.»
Un altro tiro.
«Perché adesso non hanno paura. E quando non hai paura della legge, la legge è già morta.»
Qualcuno, tempo prima, aveva detto cose simili. Un attore, uno che certe storie le aveva interpretate sullo schermo, ma che evidentemente se le portava dentro anche fuori scena. Parole diverse, stesso nucleo.
L’idea che ci siano territori dove il livello di compromissione è così profondo da rendere inefficace qualsiasi strumento ordinario.
L’idea che la democrazia, in certi contesti, sia troppo lenta, troppo garantista, troppo fragile.
E allora la tentazione di sospenderla. Temporaneamente, si dice sempre. Dieci anni. Il tempo di “ripulire”. Poi si torna indietro.
Sempre “poi”.
Ma non finisce qui.
Perché, in altre conversazioni, sempre lontano dai microfoni, sempre in quella dimensione sospesa della camera caritatis, il discorso si spinge ancora oltre.
«Lo sai qual è il problema?» dice. «Che pure quando c’è stata, la dittatura… non è bastata.»
Non serve fare nomi, ma i riferimenti sono chiari.
«Il fascismo? Sì, violento. Ma non abbastanza.»
Lo dice senza provocare. Come se stesse facendo una diagnosi.
«Era una violenza a metà. Non totale. Non applicata fino in fondo. Non a trecentosessanta gradi.»
E allora il ragionamento scivola in territori ancora più estremi, quasi impensabili se detti ad alta voce.
«Quello che servirebbe qui…» — e si ferma un attimo — «non è un altro Mussolini. Sarebbe troppo poco.»
Il confronto, a quel punto, non è più interno alla storia italiana. Si allarga.
Regimi dove la repressione non conosce sfumature. Dove il potere non media, non tratta, non distingue.
Nomi che pesano, che non vengono pronunciati sempre, ma che restano nell’aria: Pol Pot, Adolf Hitler, Iosif Stalin.
Non come modelli dichiarati, ma come unità di misura della “durezza” che — secondo questo tipo di visione — sarebbe necessaria.
«Perché qui il problema è profondo» conclude. «E se non vai fino in fondo… non lo risolvi.»
È un pensiero che non diventa mai proposta ufficiale. Non potrebbe.
Resta confinato negli sfoghi, nei discorsi a porte chiuse, nelle frasi che iniziano sempre con: “questa cosa non si può dire”.
Ma il fatto stesso che venga detto — più di una volta, da persone diverse, anche dentro le istituzioni — apre una crepa ulteriore.
Non tanto su quello che si dovrebbe fare.
Ma su quanto, in certi momenti, qualcuno arrivi a pensare che tutto il resto non basti più.

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