L’idea che ogni vittoria del “NO” a un referendum costituzionale in Italia rappresenti una difesa istintiva dello status quo è affascinante, ma rischia di essere una semplificazione seducente più che una spiegazione convincente. È una chiave di lettura che richiama un certo immaginario nazionale — quello dell’italiano restio al cambiamento, legato alle proprie abitudini, diffidente verso le novità — ma che, se osservata più da vicino, mostra crepe evidenti.
Basta tornare con la memoria al referendum del 2016, promosso dal governo guidato da Matteo Renzi, per accorgersi che il voto non fu semplicemente una scelta tra riforma e conservazione. In quel contesto, la consultazione assunse rapidamente il significato di un giudizio complessivo sull’azione dell’esecutivo. La personalizzazione dello scontro, alimentata dallo stesso Renzi, trasformò il referendum in una sorta di plebiscito sulla sua leadership. Il “NO”, più che difendere l’assetto costituzionale esistente, divenne per molti un modo per esprimere dissenso politico.
Uno schema analogo si può intravedere anche nelle stagioni precedenti, quando tentativi di revisione costituzionale erano stati associati alla figura di Silvio Berlusconi. Anche in quel caso, la sorte della riforma fu intrecciata alla percezione del leader che la proponeva. Il merito dei cambiamenti istituzionali finì per essere oscurato dalla polarizzazione politica, in un clima in cui il voto si caricava di significati ulteriori rispetto al testo sottoposto agli elettori.
Questo non significa che la dimensione culturale sia irrilevante. L’Italia è un Paese in cui il cambiamento istituzionale incontra storicamente resistenze, ma tali resistenze non derivano necessariamente da un rifiuto aprioristico della novità. Piuttosto, sembrano affondare le radici in una diffusa mancanza di fiducia: nelle classi dirigenti, nelle riforme concepite come tecniche e poco comprensibili, nei processi decisionali percepiti come distanti. In questo contesto, il “NO” diventa una scelta prudenziale, una forma di cautela collettiva più che un atto di conservatorismo ideologico.
C’è infatti una differenza sottile ma decisiva tra immobilismo e prudenza. L’elettore che vota contro una riforma non necessariamente rifiuta il cambiamento in quanto tale; può piuttosto rifiutare quel cambiamento specifico, in quel momento, proposto da quei soggetti. È una distinzione che spesso sfugge nel dibattito pubblico, dove si tende a interpretare i risultati referendari come indicatori di una mentalità nazionale immutabile.
Eppure, guardando oltre la sfera istituzionale, l’immagine di un Paese incapace di cambiare si incrina. L’Italia ha attraversato trasformazioni profonde negli ultimi decenni, nei comportamenti sociali, nei modelli economici, nell’adozione delle tecnologie. La società si muove, talvolta anche rapidamente, mentre le istituzioni sembrano procedere con maggiore lentezza. Questo scarto alimenta la percezione di immobilismo, ma non coincide necessariamente con un rifiuto culturale del cambiamento.
Il punto, allora, potrebbe essere un altro. Più che un Paese che non vuole cambiare, l’Italia appare spesso come un Paese che fatica a riconoscersi nelle modalità con cui il cambiamento viene proposto. Quando una riforma è percepita come chiara, condivisa e credibile, il consenso può arrivare. Quando invece appare opaca, calata dall’alto o legata a logiche di potere contingenti, il sospetto prevale.
In questa luce, le vittorie del “NO” non raccontano tanto una staticità antropologica quanto una tensione irrisolta tra cittadini e istituzioni. Una tensione che attraversa le epoche, cambia protagonisti e linguaggi, ma continua a riemergere ogni volta che agli elettori viene chiesto di pronunciarsi su trasformazioni profonde delle regole del gioco. Forse, più che interrogarsi su un presunto carattere immutabile degli italiani, varrebbe la pena chiedersi perché, così spesso, il cambiamento non riesce a convincerli.

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