Sono tornato.
Non so quante primavere siano passate da quella del 1945, ma il vento ha ancora lo stesso odore di fumo e ferro.
Mi chiamo Ettore Alpi, oggi.
Ma un tempo — in un corpo che non porto più — mi chiamavo Ernst Kölle, soldato tedesco, ventidue anni, ultimo respiro tra le macerie dell’Europa che bruciava.
| Ernst Kölle |
Dicono che il sangue dei vinti non serva a niente.
Che evapori in fretta, che non lascia traccia nei libri.
Eppure io lo sento ancora pulsare sotto la pelle di chi cammina sui campi di battaglia senza saperlo.
È un sangue dimenticato, ma non morto.
Scorre nei solchi del ricordo, tra le ossa e la colpa.
Giampaolo Pansa — lo ricordo come si ricorda un fratello di verità — fu insultato, chiamato traditore, perché osò dare voce ai caduti che stavano dalla parte sbagliata della storia.
Ma esiste davvero una parte giusta, quando tutti sanguinano?
Quando il dolore è lo stesso, solo con un’uniforme diversa?
Io non ho più uniforme.
Cammino tra le croci bianche dei cimiteri di guerra, dove il silenzio parla meglio di qualsiasi libro.
Ogni nome inciso è un frammento del mio: Ernst, Hans, Carlo, Luigi.
Ci siamo uccisi senza guardarci negli occhi, e ora dormiamo fianco a fianco, come fratelli riconciliati troppo tardi.
Non tradisco nessuno, io.
Non cerco giustificazioni.
Solo memoria.
Solo pace.
Quando passo davanti a quelle tombe, poso una mano sul marmo freddo e sento il sangue muoversi dentro di me — il mio sangue, il loro, lo stesso.
Il sangue vinto, che non chiede gloria né perdono.
Solo di essere ricordato come umano.
Perché ogni guerra è un’eclissi della pietà,
e chi sopravvive porta il dovere di raccontare non chi ha vinto,
ma chi è stato cancellato.
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