(112) Duecento articoli gratis per un patentino inutile

Non ho alcuna intenzione di fare il giornalista. Potrei scrivere duecento articoli senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale, potrei persino superare l’esame di Stato senza raccomandazioni e pagare senza difficoltà i duecento euro l’anno per avere il tesserino che mi autorizzerebbe a dire “press, press” come fosse un lasciapassare. E non mi scandalizza nemmeno l’albo, che molti considerano un residuato fascista: per me resta un orpello, un ostacolo formale che non toglie né aggiunge nulla alla sostanza della scrittura. È una barriera inutile, un timbro burocratico che pretende di definire chi abbia diritto di parlare e chi no, quando la parola dovrebbe essere libera per definizione.


Vado di fretta, non certamente di stampa

La verità è che ad una redazione io preferisco una scrivania con il mio portatile e il silenzio necessario a creare mondi. Preferisco il battito delle mie idee, l’odore delle pagine in lavorazione, l’anticipo dell’editore già in tasca, all’illusione di un patentino che certifica una qualifica mentre imbriglia la voce. Non mi interessa commentare la politica dietro un microfono e un titolo di cronaca quando, se mai lo desiderassi, potrei farla direttamente. Perché il giornalismo non è solo una professione: è un diritto civile. E la scrittura è libertà.

Se davvero fosse indispensabile, in questo Paese, far parte dell’albo per essere credibili come scrittori, allora lo farei. Scriverei quei duecento articoli di cronaca gratis, uno dopo l’altro, non per onorare un patentino, ma per mostrare quanto sia ridicola la condizione di chi pretende di stabilire regole alla parola. Sarebbe un atto di dissenso, una satira civile.

Il patentino della parola è un’illusione: un lasciapassare burocratico che oggi, in un’era in cui chiunque può pubblicare, suona come un relitto di un passato autoritario. Io rifiuto quell’illusione. Non cerco il riconoscimento di una categoria, non aspiro all’investitura di un albo. La mia strada è la scrittura stessa. Il mio patto è con chi legge, non con un’istituzione. E se la libertà di scrivere deve essere guadagnata a colpi di articoli o a colpi di tesserino, io scelgo di guadagnarla restando libero.

Perché la libertà non si compra, non si certifica. Si conquista. E la conquista più grande è poter dire: io scrivo senza permesso.

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