In Italia, parlare di meritocrazia è spesso un esercizio teorico. Nei concorsi pubblici, così come nel settore privato, il merito può essere facilmente oscurato dalle protezioni e dalle relazioni. Alcuni candidati ottengono posizioni di vantaggio non tanto per capacità e preparazione, quanto perché hanno “santi in paradiso” più potenti: amici influenti, politici, dirigenti che li raccomandano. Altri, pur ugualmente competenti, devono muoversi come vasi di coccio tra vasi di ferro, cercando di non urtare chi detiene più potere, esattamente come Don Abbondio ne I Promessi Sposi.
Nel pubblico, questo si traduce in concorsi truccati, graduatorie riscritte, commissioni compiacenti. Nel privato, le dinamiche sono più sottili ma altrettanto efficaci: candidati senza protezioni vengono scavalcati, promozioni vengono decise dall’alto, progetti importanti assegnati a chi ha la giusta influenza piuttosto che alla persona più preparata. Gli uffici del personale, teoricamente garanti di procedure imparziali, si trovano spesso impotenti di fronte a scelte dettate da logiche di potere informali.
Esempi concreti non mancano: il collega preparato che aspetta anni una promozione, mentre un neofita raccomandato viene catapultato in un ruolo di responsabilità; la selezione pubblica dove la graduatoria ufficiale è “aggiustata” dopo la chiusura dei termini; la candidatura privata che svanisce perché non si conosce il dirigente giusto, anche se il curriculum è impeccabile. La regola non scritta è chiara: chi ha santi più potenti domina il gioco.
Questa realtà, purtroppo, non è nuova, ma oggi colpisce con maggiore intensità perché la società si dichiara meritocratica e trasparente. Il contrasto tra l’ideale e la pratica concreta produce frustrazione, ma anche una consapevolezza: chi non ha protezioni deve muoversi con prudenza, pianificare attentamente ogni mossa, e imparare a capire le dinamiche non scritte che regolano il potere. I vasi di coccio non possono cambiare da soli le regole, ma possono proteggersi, evitare scontri diretti e trovare strategie per sopravvivere in un mondo dove il merito da solo spesso non basta.
Alla fine, sia nel pubblico che nel privato, rimane un insegnamento amaro ma realistico: la fragilità dei vasi di coccio non è solo una metafora letteraria, ma una condizione concreta di chi cerca di emergere in sistemi dove il peso dei santi, delle conoscenze e delle protezioni informali può decidere più del talento o dello studio.

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